Per la prima volta dopo
tanti anni, gli dei sono caduti. Ed è stata una caduta rumorosa anche se
annunciata. I “Fab Four” (Roger Federer, Rafa Nadal, Novak Djokovic e Andy
Murray), dopo tanti anni di dominio incontrastato, hanno mostrato segni di
usura e stanchezza. E in questo US Open c’è stata la rivoluzione. Solo il tempo
ci dirà se sarà un cambiamento definitivo o un momento a vuoto dei quattro
fenomeni, che fino ad ora hanno cannibalizzato quasi tutti i tornei più
importanti e prestigiosi.
Era già successo nel 2009, sempre qui agli US
Open, che uno dei Fantastici Quattro non vincesse lo Slam: Del Potro,
clamorosamente, riuscì a battere Roger Federer al termine di una finale
pazzesca. Ma da lì non c’era più stata storia, gli extraterrestri erano tornati
al loro posto. Fino a quest’anno. All’Australian Open si è imposto Stanislas
Wawrinka, svizzero messo sempre in ombra dal connazionale Federer, (6-3 6-2 3-6
6-3) su Rafa Nadal. Ma era più sembrato un caso, con Stan the Man capace di
azzeccare la settimana della vita. Certamente poi lo svizzero di origini
polacche non è più riuscito a ripetersi, ma è anche vero che il suo
miglioramento è stato notevole. Ma il resto della stagione è stato particolare.
Innanzitutto va detto che Nadal è nettamente crollato rispetto agli altri anni:
due soli tornei vinti, Madrid (grazie al ritiro in finale di Kei Nishikori, che
era avanti di un break all’ultimo set) ed il Roland Garros (3-6 7-5 6-2 6-4,
nona volta consecutiva, record assoluto!). Poco, molto poco per uno come lui.
Rispetto all’anno scorso poi ha subìto Novak Djokovic, vincitore di due sfide
su tre contro il maiorchino (unica sconfitta, la finale a Parigi). L’infortunio
prima della trasferta americana non giustifica totalmente una stagione
deludente e la mancata difesa del trono, conquistato l’anno scorso. Tuttavia se
Nadal è andato in crisi, Djokovic non ha dominato la stagione. Anzi, il serbo
ha alternato grandi vittorie e tonfi clamorosi. Sicuramente, Australian Open ed
infortunio al polso a parte, la prima parte di stagione fino a luglio è stata
più che positiva, con i successi a Indian Wells (in tre set, 3-6 6-3 7-6,
contro King Roger ), Miami (contro Nadal in due set, 6-3 6-3), Roma (6-4 3-6
6-3, sempre sul rivale spagnolo) e soprattutto lo Slam di Wimbledon, dopo una
finale thriller (6-7 6-4 7-6 5-7 6-4) contro Federer. Ma da agosto la
condizione di Nole è calata vistosamente. Due eliminazioni agli ottavi a
Montreal e Cincinnati e poi uno US Open giocato bene ma che nei momenti
decisivi lo ha visto faticare. Bellissima la vittoria su Andy Murray, mentre invece
la semifinale, persa a sorpresa contro Nishikori, ha messo in mostra limiti
evidenti di condizione e troppo nervosismo. Vedremo se sarà stato solo un
momento no dovuto anche al matrimonio e al pensiero per il figlio in arrivo. Il
2014 per Roger Federer è stato sicuramente positivo. Notevole il suo balzo in
avanti nel ranking (dall’ottava piazza al terzo posto), tornei vinti, a Dubai (3-6 6-4 6-3) contro Berdych,
ad Halle (7-6 7-6) su Falla, trionfo numero 7 e a Cincinnati (6-3 1-6 6-2)
contro David Ferrer. Peccato per la finale di Wimbledon persa all’ultimo set. Agli US Open, il ritiro di Nadal gli aveva
permesso di avere un sorteggio morbido ma in semifinale ha dovuto arrendersi ad
uno strepitoso Marin Cilic. La classe resta immensa ma Roger ormai fatica a
reggere i ritmi che gli altri impongono. Quindi, andando avanti col tempo, l’età
diventa un fattore quasi decisivo. Ora nella parte finale della stagione potrà
puntare a consolidare la terza posizione nel ranking e ad insidiare Nadal, poco
avanti a lui. Mentre Djokovic appare imprendibile. Chi è crollato rispetto agli
altri anni è Andy Murray. La vittoria di Wimbledon, l’anno scorso, sembrava
averlo sbloccato definitivamente e candidarlo come rivale numero 1 per Nole. Invece
prima uno US Open da dimenticare, poi un 2014 finora disastroso. Nessuna vittoria,
nessuna finale raggiunta, arrivato piuttosto avanti a Parigi (in semifinale,
travolto poi da Nadal) mentre il resto della stagione è stato solo un incubo. Sicuramente
l’operazione alla schiena lo ha frenato ma Andy è sembrato più fragile dal
punto di vista mentale che fisico. Murray si era sempre mostrato un lottatore,
quest’anno invece è apparso quasi rassegnato. Il divorzio da Ivan Lendl, il
coach che gli aveva permesso di arrivare a vincere due Slam e l’oro olimpico
nel giro di un anno, non è stato altro che una dimostrazione dello stato
confusionale in cui si trova Andy, alla ricerca di sé stesso. Ha tentato di
rilanciarsi con Amélie Mauresmo, ex giocatrice francese, ma finora i risultati
non ci sono stati. Vedremo in futuro se si tratta solo un di un periodo
negativo o se è già iniziato il suo declino.
Nello US Open delle sorprese c’è stata la
finale su cui nessuno avrebbe puntato:
Marin Cilic contro Kei Nishikori. Il tennista giapponese ha compiuto un’autentica
impresa arrivando fino all’ultimo atto, superando, uno dopo l’altro, titani del
ranking mondiale, come Raonic, Wawrinka ed il numero 1, Nole Djokovic. Contro i
primi due è riuscito a spuntarla al termine di lunghissime maratone; in
semifinale il suo destino sembrava scontato ed invece in quattro set (6-4 1-6
7-6 6-3) faceva festeggiare al Giappone la prima storica finale in uno Slam. Marin
Cilic, dal canto suo, a suon di ace e di diritti vincenti, piegava al termine
di una battaglia epica il francese Simon, quindi batteva ai quarti Berdych in
tre set ed infine travolgeva in semifinale il favorito Federer (in tre set, 6-3
6-4 6-4). La finale inedita e storica (per la prima volta dopo 9 anni un
tennista tra i primi tre del ranking non era in finale e da 12 anni i finalisti
di uno Slam non erano tra i primi 10) ha visto il dominio totale del croato,
semplicemente insuperabile per l’avversario. Il primo set la partita è rimasta
in equilibrio fino al 2-2, poi Cilic prima teneva il servizio e dopo strappava
il servizio ai vantaggi al nipponico. Salito sul 5-2, il croato gestiva bene la
pressione e chiudeva 6-3. Nel secondo set la storia si ripeteva: 1-1, poi break
e splendida difesa del proprio servizio da parte del tennista croato . Come se
non bastasse, sul 3-2 , Cilic ha infilato 4 ace consecutivi, lasciando a zero
il rivale. Quel game devastante segnava psicologicamente Nishikori che subiva
un altro break. Il controbreak non riusciva a rimetterlo in gara: Cilic ha
chiuso il set, strappando per la terza volta il servizio al nipponico e
mettendo in discesa la gara. Il terzo set passava nell’attesa che l’allievo
dell’ex stella croata Goran Ivanisevic chiudesse la pratica. Sul 2-1 per Cilic,
Nishikori spediva in corridoio il rovescio, spalancando le porte al rivale. Da lì
per Cilic l’unico spauracchio restava la gestione delle proprie emozioni. Ma
Nishikori, anche quando si è creato le possibilità di rientrare in partita, è
sempre andato a sbattere contro le bordate del rivale. Alla fine un rovescio
del croato, dopo essersi aperto bene il campo con servizio e diritto, ha messo
la parola fine alla partita. Marin Cilic, 26 anni da compiere il 28 di
settembre, è il nuovo re di Flushing Meadows. Salirà in classifica nel ranking
fino alla nona posizione (dietro proprio a Nishikori), risalendo dalla
quindicesima. Una vittoria meritata e costruita nel tempo, col duro lavoro e la
pazienza. Guidato da quell’Ivanisevic, che era stato l’ultimo croato a vincere
uno Slam (Wimbledon 2001), ha servito sempre fortissimo (quasi 100 ace in tutto
il torneo!), giocando in maniera propositiva ed offensiva. Le sue bordate sono
state spesso decisive ma a questo ragazzone (1,98 m ed 87 kg) non manca
certamente anche la fantasia, come ha mostrato anche in finale, con alcuni
colpi da campione. Ora viene il bello, si sa che se vincere è difficile, ancora
di più è confermarsi campione. Ma adesso è il tempo dei festeggiamenti, per
tutto il resto ci sarà tempo…
Sopra:
Kei Nishikori (a sinistra) finalista e Marin Cilic (a destra) vincitore dello
US Open 2014
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