Una curva a cui si
arriva ad una velocità troppo elevata, un ostacolo mal segnalato, l’asfalto
reso viscido dalla pioggia o dall’olio di una moto, semplicemente la presenza
di troppi ciclisti nello stesso punto ed ecco il danno, ecco la caduta. Spesso
con conseguenze drammatiche per coloro che sono rimasti coinvolti. Le cadute
hanno sempre fatto parte del ciclismo, sono una delle costanti a cui prestare
attenzione quando si corre in bici. Perché basta davvero molto poco per
scivolare o per rimanere coinvolti in un incidente. Questione di fortuna e di
dettagli quelli che fanno la differenza tra la salvezza e la caduta. E anche
una volta caduti a terra bisogna sperare di cavarsela con poco, perché
l’infortunio grave è una possibilità non troppo remota quando si viaggia a
ranghi serrati e a velocità sostenute.
Dev’essersene accorto
anche Nairo Quintana, superfavorito alla vigilia della Vuelta ed in maglia
rossa fino a martedì pomeriggio. Poi una cronometro disgraziata, con una brusca
scivolata in discesa, avendo calcolato male la traiettoria di percorrenza in
una curva e finendo contro il guard rail. E addio alla maglia rossa. Come se
non bastasse il giorno dopo una brutta caduta di gruppo (il classico groviglio
di bici in cui è davvero un attimo finirci dentro), lo toglieva definitivamente
di scena, da quella che doveva essere la sua Vuelta dopo il piazzamento del
2012, come gregario di Alejandro Valverde. La sfortuna gli ha impedito se non
altro di disputare un grande giro e ha negato ai tifosi uno spettacolo di
altissimo livello. Un vero peccato e l’augurio di una pronta guarigione.
Comunque ha l’età dalla sua parte, oltre che un grandissimo talento: non gli
mancheranno le occasioni per rifarsi in futuro.
Non è però la prima
volta che un incidente condiziona pesantemente una corsa a tappe: quest’anno le
cadute hanno inciso sulle sorti dei grandi Giri, forse anche più delle salite.
Il Giro d’Italia ha visto ritirarsi molto presto Joaquìn Rodrìguez, peraltro
già reduce da una sfilza di incidenti incredibili nella settimana delle
classiche delle Ardenne. Arrivato acciaccato, il buon Purìto ha sperato
quantomeno di poter trovare la condizione in corsa. Niente da fare. La strada
viscida che ha contraddistinto la prima parte del Giro lo ha tradito e, dopo essere
finito rovinosamente per terra, ha scelto di abbandonare. L’anno scorso il Giro
non era stato meno martoriato: una delle cadute mandava in crisi nera uno dei
favoritissimi della vigilia, Sir Bradley Wiggins, grande speranza del team Sky.
Wiggins cadde in discesa; rientrò ma alla lunga la paura di farsi male lo mandò
definitivamente al tappeto, oltre ad una brutta bronchite. E chi non ricorda
quel gatto (nero?) che tagliò la strada a Marco Pantani nel Giro 1997,
provocandone la caduta ed il ritiro?
Il Tour di quest’anno
doveva essere quello del grande duello tra Chris Froome, vincitore dell’anno
scorso, ed Alberto Contador, alla ricerca di quella maglia gialla che gli manca
dal 2009. I risultati dicevano che loro erano i favoriti logici. Invece, una serie
di cadute a ripetizione tra il Criterium del Delfinato e l’avvio del Tour de
France mettevano KO l’inglese del team Sky, fratturatosi una mano ed un polso.
Contador, in crisi nella tappa del pavé in cui Vincenzo Nibali diede
spettacolo, cadde in discesa rompendosi la tibia della gamba destra,
spalancando le porte del trionfo al rivale messinese. Un altro Tour recente in
cui le cadute furono decisive per l’esito finale fu il 2008 (oltre a quello del
2011 che nelle prime settimane fu un’ecatombe per i tanti incidenti): Cadel
Evans, nel corso della prima settimana, rimase coinvolto in una caduta di
gruppo. Si infortunò alla spalla. Proseguì ugualmente la corsa e conquistò la
maglia gialla sui Pirenei. Tuttavia alla lunga il dolore alla spalla, gli
attacchi della CSC dei fratelli Schleck e soprattutto l’impresa di Carlos
Sastre sulla leggendaria Alpe d’Huez lo costrinsero a piazzarsi al secondo
posto tra le lacrime. Il Tour de France 1971 però è quello in cui forse più di
tutti una caduta decise l’esito della corsa. Il duello era tra il Cannibale
Eddy Merckx e lo spagnolo Luis Ocaña. Nella tappa cruciale sui Pirenei, Ocaña
aveva 7 minuti di vantaggio da gestire. Pioveva moltissimo e scendendo dal Col
de Menté, Merckx e lo spagnolo sbandarono. Il Cannibale si salvò, Ocaña finì a
terra, travolto dai ciclisti che arrivavano dietro di lui. Il Tour finì lì.
Senza la caduta, il Tour sarebbe stato spagnolo.
La caduta a volte può
avere conseguenze drammatiche, anche tragiche. Sono ancora vivi i ricordi degli
incidenti mortali del belga Wouter Weylandt, al Giro 2011, caduto nella discesa
del Passo del Bocco e dell’italiano Fabio Casartelli, al Tour de France 1995,
in discesa al Colle di Portet-d’Aspet, con quella scia di sangue agghiacciante.
In altri casi una caduta può determinare la fine di una carriera o limitare per
qualche tempo il rendimento di un atleta. È quello che è successo allo spagnolo
Joseba Beloki al Tour 2003. Tentando di riprendere Vinokourov, attaccò in
discesa. Forse per una chiazza d’olio, forse per l’asfalto ammorbidito dal
calore di una giornata particolarmente calda, la sua ruota posteriore sbandò e
scaraventò a terra il ciclista. Armstrong, che era dietro di lui, riusciva
miracolosamente a salvarsi e in seguito vincerà il Tour, poi revocato. Beloki
finirà di fatto lì la sua carriera, fermato da multiple fratture al femore, al
bacino e al gomito. Un altro atleta frenato dagli infortuni è stato Andy
Schleck, uno dei talenti cristallini più grandi del ciclismo moderno. Al
Criterium del Delfinato 2012 in una brutta scivolata a cronometro riportò la
frattura del bacino. Dopo due anni passati più a curarsi che a correre, un
nuovo gravissimo infortunio al ginocchio. La speranza di tutti gli appassionati
è quella di rivedere all’opera quel fenomeno che scalava le salite, agile ed
imprendibile.
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