venerdì 5 settembre 2014

Equilibrio instabile: quando una caduta può fare la storia


Una curva a cui si arriva ad una velocità troppo elevata, un ostacolo mal segnalato, l’asfalto reso viscido dalla pioggia o dall’olio di una moto, semplicemente la presenza di troppi ciclisti nello stesso punto ed ecco il danno, ecco la caduta. Spesso con conseguenze drammatiche per coloro che sono rimasti coinvolti. Le cadute hanno sempre fatto parte del ciclismo, sono una delle costanti a cui prestare attenzione quando si corre in bici. Perché basta davvero molto poco per scivolare o per rimanere coinvolti in un incidente. Questione di fortuna e di dettagli quelli che fanno la differenza tra la salvezza e la caduta. E anche una volta caduti a terra bisogna sperare di cavarsela con poco, perché l’infortunio grave è una possibilità non troppo remota quando si viaggia a ranghi serrati e a velocità sostenute.

Dev’essersene accorto anche Nairo Quintana, superfavorito alla vigilia della Vuelta ed in maglia rossa fino a martedì pomeriggio. Poi una cronometro disgraziata, con una brusca scivolata in discesa, avendo calcolato male la traiettoria di percorrenza in una curva e finendo contro il guard rail. E addio alla maglia rossa. Come se non bastasse il giorno dopo una brutta caduta di gruppo (il classico groviglio di bici in cui è davvero un attimo finirci dentro), lo toglieva definitivamente di scena, da quella che doveva essere la sua Vuelta dopo il piazzamento del 2012, come gregario di Alejandro Valverde. La sfortuna gli ha impedito se non altro di disputare un grande giro e ha negato ai tifosi uno spettacolo di altissimo livello. Un vero peccato e l’augurio di una pronta guarigione. Comunque ha l’età dalla sua parte, oltre che un grandissimo talento: non gli mancheranno le occasioni per rifarsi in futuro.

Non è però la prima volta che un incidente condiziona pesantemente una corsa a tappe: quest’anno le cadute hanno inciso sulle sorti dei grandi Giri, forse anche più delle salite. Il Giro d’Italia ha visto ritirarsi molto presto Joaquìn Rodrìguez, peraltro già reduce da una sfilza di incidenti incredibili nella settimana delle classiche delle Ardenne. Arrivato acciaccato, il buon Purìto ha sperato quantomeno di poter trovare la condizione in corsa. Niente da fare. La strada viscida che ha contraddistinto la prima parte del Giro lo ha tradito e, dopo essere finito rovinosamente per terra, ha scelto di abbandonare. L’anno scorso il Giro non era stato meno martoriato: una delle cadute mandava in crisi nera uno dei favoritissimi della vigilia, Sir Bradley Wiggins, grande speranza del team Sky. Wiggins cadde in discesa; rientrò ma alla lunga la paura di farsi male lo mandò definitivamente al tappeto, oltre ad una brutta bronchite. E chi non ricorda quel gatto (nero?) che tagliò la strada a Marco Pantani nel Giro 1997, provocandone la caduta ed il ritiro?

Il Tour di quest’anno doveva essere quello del grande duello tra Chris Froome, vincitore dell’anno scorso, ed Alberto Contador, alla ricerca di quella maglia gialla che gli manca dal 2009. I risultati dicevano che loro erano i favoriti logici. Invece, una serie di cadute a ripetizione tra il Criterium del Delfinato e l’avvio del Tour de France mettevano KO l’inglese del team Sky, fratturatosi una mano ed un polso. Contador, in crisi nella tappa del pavé in cui Vincenzo Nibali diede spettacolo, cadde in discesa rompendosi la tibia della gamba destra, spalancando le porte del trionfo al rivale messinese. Un altro Tour recente in cui le cadute furono decisive per l’esito finale fu il 2008 (oltre a quello del 2011 che nelle prime settimane fu un’ecatombe per i tanti incidenti): Cadel Evans, nel corso della prima settimana, rimase coinvolto in una caduta di gruppo. Si infortunò alla spalla. Proseguì ugualmente la corsa e conquistò la maglia gialla sui Pirenei. Tuttavia alla lunga il dolore alla spalla, gli attacchi della CSC dei fratelli Schleck e soprattutto l’impresa di Carlos Sastre sulla leggendaria Alpe d’Huez lo costrinsero a piazzarsi al secondo posto tra le lacrime. Il Tour de France 1971 però è quello in cui forse più di tutti una caduta decise l’esito della corsa. Il duello era tra il Cannibale Eddy Merckx e lo spagnolo Luis Ocaña. Nella tappa cruciale sui Pirenei, Ocaña aveva 7 minuti di vantaggio da gestire. Pioveva moltissimo e scendendo dal Col de Menté, Merckx e lo spagnolo sbandarono. Il Cannibale si salvò, Ocaña finì a terra, travolto dai ciclisti che arrivavano dietro di lui. Il Tour finì lì. Senza la caduta, il Tour sarebbe stato spagnolo.

La caduta a volte può avere conseguenze drammatiche, anche tragiche. Sono ancora vivi i ricordi degli incidenti mortali del belga Wouter Weylandt, al Giro 2011, caduto nella discesa del Passo del Bocco e dell’italiano Fabio Casartelli, al Tour de France 1995, in discesa al Colle di Portet-d’Aspet, con quella scia di sangue agghiacciante. In altri casi una caduta può determinare la fine di una carriera o limitare per qualche tempo il rendimento di un atleta. È quello che è successo allo spagnolo Joseba Beloki al Tour 2003. Tentando di riprendere Vinokourov, attaccò in discesa. Forse per una chiazza d’olio, forse per l’asfalto ammorbidito dal calore di una giornata particolarmente calda, la sua ruota posteriore sbandò e scaraventò a terra il ciclista. Armstrong, che era dietro di lui, riusciva miracolosamente a salvarsi e in seguito vincerà il Tour, poi revocato. Beloki finirà di fatto lì la sua carriera, fermato da multiple fratture al femore, al bacino e al gomito. Un altro atleta frenato dagli infortuni è stato Andy Schleck, uno dei talenti cristallini più grandi del ciclismo moderno. Al Criterium del Delfinato 2012 in una brutta scivolata a cronometro riportò la frattura del bacino. Dopo due anni passati più a curarsi che a correre, un nuovo gravissimo infortunio al ginocchio. La speranza di tutti gli appassionati è quella di rivedere all’opera quel fenomeno che scalava le salite, agile ed imprendibile.

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