martedì 16 settembre 2014

Il flop mundial dell'ItalVolley


Un disastro incredibile, una delusione inimmaginabile alla vigilia, un crollo rumoroso e, per certi aspetti, anche sconcertante. Così si può riassumere il mondiale dell’Italvolley maschile. Un’eliminazione precoce e bruciante, vista la qualità a disposizione del CT azzurro, Mauro Berruto. La rosa per quasi tutta la competizione è stata al completo. E il sorteggio, sulla carta, non ci aveva riservato ostacoli insormontabili, almeno all’inizio (Francia, USA ed Iran hanno meno qualità degli Azzurri). Eppure non è bastato nemmeno questo per evitare il disastro.


La nazionale italiana ai mondiali in Polonia, chiuso al tredicesimo posto: mai così in basso dai mondiali del 1982

 Nel primo turno il girone con l’Italia era composto da Iran, Francia, Belgio, Portorico e USA. La prima partita è stata contro l’Iran, una nazionale sicuramente cresciuta grazie al lavoro di questi anni di Julio Velasco e da maggio dal contributo importante di Slobodan Kovac, reduce da un altro miracolo, con la stagione superlativa sulla panchina della Sir Safety Perugia, chiusa al secondo posto. L’esordio ha messo in mostra fin da subito le crepe nella nazionale azzurra. 3-1 (16-25 25-23 21-25 22-25) il punteggio per gli iraniani, meritato e netto. L’Italia ha dato la sensazione di riprendersi solo contro Francia e Belgio, ottenendo due splendidi successi, 3-2 (20-25 20-25 25-23 25-13 15-12) in rimonta sui transalpini e 3-1 (26-28, 25-15, 25-16, 28-26) sui Reds. Poi, però, la partita col Portorico finiva con una disfatta clamorosa, un 3-1 (25-19, 19-25, 23-25, 21-25) incredibile e soprattutto non preventivato. Questa sconfitta è stata una sorta di spartiacque nell’avventura azzurra: da lì sarebbe iniziata la parabola discendente. Prima il crollo contro gli USA, squadra battuta nella World League di luglio, sempre per 3-1 (18-25, 20-25, 25-23, 17-25), che tuttavia non precludeva il passaggio al turno successivo nel girone di ferro, con la Polonia padrona di casa, la Serbia di Atanasijevic e Podrascanin, campioni della nostra Serie A1, l’Argentina di Luciano De Cecco, anche lui militante in Italia, ed Australia, oltre alle squadre che già facevano parte del pool iniziale assieme agli azzurri. L’Italia per qualificarsi avrebbe dovuto vincere le partite contro le avversarie non incontrate prima, visto che si partiva dai punti ottenuti nella prima fase contro le squadre che si erano qualificate con la nazionale azzurra. Invece ecco la disfatta contro la Serbia, un 3-0 (19-25, 27-29, 22-25) rotondo, netto ed indiscutibile. Poi l’eliminazione matematica contro i padroni di casa della Polonia, 3-1 (19-25, 25-18, 25-20, 26-24). Un’altra partita in cui l’Italia ha giocato bene a sprazzi ma non ha saputo concretizzare per via dei troppi errori. Chiusura contro due squadre, sulla carta, cuscinetto, ossia Argentina ed Australia. Invece è arrivata un’altra disfatta contro l’Argentina dell’ex Julio Velasco, 1-3 (25-17, 21-25, 28-30, 21-25). Riscatto parziale solo nell’ultimissima partita, valevole il tredicesimo posto, contro la modesta Australia, vittoria 3-1 (25-23, 25-14, 21-25, 25-18).

 Tre vittorie su nove partite. Era da 32 anni che l’Italia non andava così male. Sicuramente tutto ciò merita un’analisi, una riflessione. Dall’Italia ci si aspettava un grande mondiale per tante ragioni. In primis per la squadra: l’Italia è arrivata terza agli ultimi mondiali del 2010 in casa, alle Olimpiadi di Londra nel 2012 alla World League 2013 in Argentina ed a quella di casa quest’anno, oltre che seconda all’Europeo del 2013, dietro alla Russia. I risultati quindi parlano di una nazionale che stabilmente rientra nelle prime tre posizioni delle grandi competizioni internazionali con una certa continuità. È mancata finora la vittoria finale ma è anche vero che con due corazzate come Russia e Brasile è difficilissimo fare di più. Ma in questi mondiali l’Italia ha incontrato squadre abbordabili e, per di più, già battute in altri confronti. Forse proprio la mancanza di qualche squadra superiore o alla pari con gli azzurri, può aver portato la compagine italiana a sottovalutare gli avversari modesti. In effetti, gli azzurri hanno giocato bene a sprazzi e spesso hanno ceduto sul più bello, come se la convinzione di avere già il set e la partita in tasca li avesse frenati clamorosamente. Ma da una parte può anche essere la pressione per quell’oro che finora non è mai arrivato nella gestione Berruto. La World League giocata in casa, evidentemente, ha lasciato qualche insicurezza all’interno della truppa, minando le basi che i giocatori si erano costruiti nel corso dell’avvicinamento alle Final Six di Firenze. Il tracollo in semifinale col Brasile, con una nazione pronta a festeggiare un grande successo, è stata, oltre che un brutto colpo psicologico, anche una dimostrazione di limitatezza per questo gruppo, capace di giocare una pallavolo efficace e a tratti anche spettacolare ma maledettamente fragile, sotto l’aspetto emotivo, quando si è trattato di alzare un trofeo prestigioso. Non c’è un problema dovuto al ricambio generazionale, visto che, in questi anni fino all’ultimo argento all’Europeo, molti veterani, tra i quali il capitano Savani, hanno lasciato la Nazionale. Quindi semmai i giovani possono non essere ancora all’altezza, ma è anche vero che questi ragazzi hanno ben figurato in questa stagione. Non può esserci sicuramente l’alibi degli infortuni: è vero che Ivan Zaytsev, opposto e punto di forza della nazionale, ha dovuto alzare bandiera bianca per una brutta distorsione alla caviglia ma va detto pure che l’Italia anche con lui in campo non si è mai espressa sui suoi livelli e le riserve, Luca Vettori e Giulio Sabbi, sono pur sempre validissimi giocatori dall’elevato potenziale tecnico.
L'Italia seconda classificata nell'Europeo 2013 in Danimarca. Il miglior risultato della gestione di Mauro Berruto.

Forse quello che è davvero mancato è stato il carattere, non c’è stata la grinta sufficiente in tutte le situazioni. L’Italia è apparsa una squadra normale, anzi, in alcuni casi persino mediocre. Errori grossolani e cali di concentrazione vistosi hanno condizionato tutto il torneo azzurro a dimostrazione di una squadra incapace di stare sul pezzo per tutto l’arco della partita. Si sono visti errori clamorosi per campioni del calibro di Travica, Birarelli, Parodi, Rossini, Kovar, tanto per fare solo alcuni nomi. Ma soprattutto il carattere non si è visto quando contava, quando si doveva fare la differenza e quando bisognava cercare di ribellarsi alla sconfitta imminente. Questo, più dei tanti e troppi errori commessi, ha fatto male ai tifosi e ha reso la delusione bruciante come non mai. Ora è tempo di ripartire e ricostruire un nuovo edificio da queste macerie. Non servirà tanto una ricostruzione totale: molti mattoni sono ancora validi ma bisognerà cambiare lo spirito di squadra, riaccendere la voglia di stare sul pezzo e di non arrendersi, semplicemente rimboccarsi le maniche e lavorare meglio. Anche perché, come amava ripetere il grande maestro, Julio Velasco: “Chi vince festeggia, chi perde spiega.” Il tempo delle spiegazioni è finito, l’Italia ha voglia di festeggiare!

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