Un disastro
incredibile, una delusione inimmaginabile alla vigilia, un crollo rumoroso e,
per certi aspetti, anche sconcertante. Così si può riassumere il mondiale
dell’Italvolley maschile. Un’eliminazione precoce e bruciante, vista la qualità
a disposizione del CT azzurro, Mauro Berruto. La rosa per quasi tutta la
competizione è stata al completo. E il sorteggio, sulla carta, non ci aveva
riservato ostacoli insormontabili, almeno all’inizio (Francia, USA ed Iran
hanno meno qualità degli Azzurri). Eppure non è bastato nemmeno questo per
evitare il disastro.
La nazionale italiana ai mondiali in Polonia, chiuso al tredicesimo posto: mai così in basso dai mondiali del 1982
Nel primo turno il girone con l’Italia era
composto da Iran, Francia, Belgio, Portorico e USA. La prima partita è stata
contro l’Iran, una nazionale sicuramente cresciuta grazie al lavoro di questi
anni di Julio Velasco e da maggio dal contributo importante di Slobodan Kovac,
reduce da un altro miracolo, con la stagione superlativa sulla panchina della
Sir Safety Perugia, chiusa al secondo posto. L’esordio ha messo in mostra fin
da subito le crepe nella nazionale azzurra. 3-1 (16-25 25-23 21-25 22-25) il
punteggio per gli iraniani, meritato e netto. L’Italia ha dato la sensazione di
riprendersi solo contro Francia e Belgio, ottenendo due splendidi successi, 3-2
(20-25 20-25 25-23 25-13 15-12) in rimonta sui transalpini e 3-1 (26-28, 25-15,
25-16, 28-26) sui Reds. Poi, però, la partita col Portorico finiva con una
disfatta clamorosa, un 3-1 (25-19, 19-25, 23-25, 21-25) incredibile e
soprattutto non preventivato. Questa sconfitta è stata una sorta di spartiacque
nell’avventura azzurra: da lì sarebbe iniziata la parabola discendente. Prima
il crollo contro gli USA, squadra battuta nella World League di luglio, sempre
per 3-1 (18-25, 20-25, 25-23, 17-25), che tuttavia non precludeva il passaggio
al turno successivo nel girone di ferro, con la Polonia padrona di casa, la
Serbia di Atanasijevic e Podrascanin, campioni della nostra Serie A1,
l’Argentina di Luciano De Cecco, anche lui militante in Italia, ed Australia,
oltre alle squadre che già facevano parte del pool iniziale assieme agli
azzurri. L’Italia per qualificarsi avrebbe dovuto vincere le partite contro le
avversarie non incontrate prima, visto che si partiva dai punti ottenuti nella
prima fase contro le squadre che si erano qualificate con la nazionale azzurra.
Invece ecco la disfatta contro la Serbia, un 3-0 (19-25, 27-29, 22-25) rotondo,
netto ed indiscutibile. Poi l’eliminazione matematica contro i padroni di casa
della Polonia, 3-1 (19-25, 25-18, 25-20, 26-24). Un’altra partita in cui
l’Italia ha giocato bene a sprazzi ma non ha saputo concretizzare per via dei
troppi errori. Chiusura contro due squadre, sulla carta, cuscinetto, ossia
Argentina ed Australia. Invece è arrivata un’altra disfatta contro l’Argentina
dell’ex Julio Velasco, 1-3 (25-17, 21-25, 28-30, 21-25). Riscatto parziale solo
nell’ultimissima partita, valevole il tredicesimo posto, contro la modesta
Australia, vittoria 3-1 (25-23, 25-14, 21-25, 25-18).
Tre vittorie su nove partite. Era da 32 anni
che l’Italia non andava così male. Sicuramente tutto ciò merita un’analisi, una
riflessione. Dall’Italia ci si aspettava un grande mondiale per tante ragioni.
In primis per la squadra: l’Italia è arrivata terza agli ultimi mondiali del
2010 in casa, alle Olimpiadi di Londra nel 2012 alla World League 2013 in
Argentina ed a quella di casa quest’anno, oltre che seconda all’Europeo del
2013, dietro alla Russia. I risultati quindi parlano di una nazionale che
stabilmente rientra nelle prime tre posizioni delle grandi competizioni
internazionali con una certa continuità. È mancata finora la vittoria finale ma
è anche vero che con due corazzate come Russia e Brasile è difficilissimo fare
di più. Ma in questi mondiali l’Italia ha incontrato squadre abbordabili e, per
di più, già battute in altri confronti. Forse proprio la mancanza di qualche
squadra superiore o alla pari con gli azzurri, può aver portato la compagine
italiana a sottovalutare gli avversari modesti. In effetti, gli azzurri hanno
giocato bene a sprazzi e spesso hanno ceduto sul più bello, come se la
convinzione di avere già il set e la partita in tasca li avesse frenati
clamorosamente. Ma da una parte può anche essere la pressione per quell’oro che
finora non è mai arrivato nella gestione Berruto. La World League giocata in
casa, evidentemente, ha lasciato qualche insicurezza all’interno della truppa,
minando le basi che i giocatori si erano costruiti nel corso dell’avvicinamento
alle Final Six di Firenze. Il tracollo in semifinale col Brasile, con una nazione
pronta a festeggiare un grande successo, è stata, oltre che un brutto colpo
psicologico, anche una dimostrazione di limitatezza per questo gruppo, capace
di giocare una pallavolo efficace e a tratti anche spettacolare ma
maledettamente fragile, sotto l’aspetto emotivo, quando si è trattato di alzare
un trofeo prestigioso. Non c’è un problema dovuto al ricambio generazionale,
visto che, in questi anni fino all’ultimo argento all’Europeo, molti veterani,
tra i quali il capitano Savani, hanno lasciato la Nazionale. Quindi semmai i
giovani possono non essere ancora all’altezza, ma è anche vero che questi
ragazzi hanno ben figurato in questa stagione. Non può esserci sicuramente
l’alibi degli infortuni: è vero che Ivan Zaytsev, opposto e punto di forza della
nazionale, ha dovuto alzare bandiera bianca per una brutta distorsione alla
caviglia ma va detto pure che l’Italia anche con lui in campo non si è mai
espressa sui suoi livelli e le riserve, Luca Vettori e Giulio Sabbi, sono pur
sempre validissimi giocatori dall’elevato potenziale tecnico.
Forse quello che è
davvero mancato è stato il carattere, non c’è stata la grinta sufficiente in
tutte le situazioni. L’Italia è apparsa una squadra normale, anzi, in alcuni
casi persino mediocre. Errori grossolani e cali di concentrazione vistosi hanno
condizionato tutto il torneo azzurro a dimostrazione di una squadra incapace di
stare sul pezzo per tutto l’arco della partita. Si sono visti errori clamorosi
per campioni del calibro di Travica, Birarelli, Parodi, Rossini, Kovar, tanto
per fare solo alcuni nomi. Ma soprattutto il carattere non si è visto quando
contava, quando si doveva fare la differenza e quando bisognava cercare di
ribellarsi alla sconfitta imminente. Questo, più dei tanti e troppi errori
commessi, ha fatto male ai tifosi e ha reso la delusione bruciante come non
mai. Ora è tempo di ripartire e ricostruire un nuovo edificio da queste
macerie. Non servirà tanto una ricostruzione totale: molti mattoni sono ancora
validi ma bisognerà cambiare lo spirito di squadra, riaccendere la voglia di
stare sul pezzo e di non arrendersi, semplicemente rimboccarsi le maniche e
lavorare meglio. Anche perché, come amava ripetere il grande maestro, Julio
Velasco: “Chi vince festeggia, chi perde spiega.” Il tempo delle spiegazioni è
finito, l’Italia ha voglia di festeggiare!
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