martedì 28 ottobre 2014

MotoGp Sepang: Sandokan Marquez

 
 
Il padrone è tornato. Marc Marquez si traveste da Sandokan e travolge tutti gli avversari, riprendendo la sua personale marcia verso record fantascientifici ed interrompendo un digiuno lungo più di un mese. Non è stata una passeggiata. Le mutevoli condizioni climatiche hanno cambiato ripetutamente le carte in tavola. In prova si è passati dal caldo terribile di questo periodo al diluvio, capace di inondare la pista, rendendola impraticabile. Il favorito sulla carta e considerando il passo messo in mostra nelle prove era Dani Pedrosa, atteso ad un pronto riscatto dopo la sfortunata trasferta australiana. Jorge Lorenzo, come sempre, ben figurava nelle prove, mentre Valentino Rossi ha fatto fatica a trovare il giusto set up. La pole position con relativo record della pista, però, è andata al solito Marc Marquez, alla tredicesima partenza dalla prima posizione in questa stagione (manco a dirlo, un altro record).
 
La gara è stata combattuta fin dall'inizio, con i quattro fenomeni (Marquez, Pedrosa, Rossi e Lorenzo) a darsi battaglia. Il campione del mondo ha steccato la partenza, finendo imbottigliato anche a causa di un contatto con Lorenzo. Il maiorchino ha preso subito il comando, davanti a Pedrosa e Rossi. Marquez comunque non ha perso tempo e si è portato immediatamente in seconda posizione. Ecco il primo colpo di scena: Pedrosa ha gettato via una gara iniziata molto bene e con un ottimo passo, per una scivolata causata dalla perdita di anteriore. Gara in salita, anche se Dani non si è arreso ed ha ripreso a spingere forte, rimontando fino all'undicesima posizione. Poi un altro errore ed il ritiro, sempre alla stessa maniera. Sicuramente è stata una giornata storta per Pedrosa anche se questo zero lo condanna ad una quarta posizione inimmaginabile ad agosto, quando interrompeva il dominio di Marquez a Brno. Da lì, dal 17 agosto, è stato solo un lungo declino, senza più grandi guizzi, rassegnato e travolto dal confronto con il compagno di squadra. Dispiace perché Dani ci ha abituato a ben altro. Questa stagione è sicuramente tra le più negative della sua carriera e soprattutto getta ombre preoccupanti sulla sua competitività nel prossimo anno.
 
La gara è proseguita con Lorenzo in testa, braccato da vicinissimo da Rossi e Marquez, fino a metà gara, quando il maiorchino della Yamaha è stato costretto a cedere il passo ai due fenomeni scatenati. Jorge ha ammesso dopo la gara di non aver azzeccato la giusta preparazione in vista alla faticosa trasferta in Indonesia. Un passo indietro rispetto alle ultime prove. E forse un segnale di debolezza: Lorenzo è sempre stato famoso per la cura maniacale dei dettagli, tra i quali l'assetto della moto e la preparazione fisica. Stupisce quindi che abbia sottovalutato così la gara più faticosa dell'anno, per le temperature altissime. E fa ancora più scalpore che si sia presentato al via in condizioni fisiche non idonee per potersi giocare un campionate così difficile. Evidentemente la perdita del titolo dell'anno scorso ha lasciato qualche piccolo segno nelle certezze di Jorge, minandole almeno sensibilmente. Forse semplicemente questo è un anno storto. Sicuramente anche per lui questo 2014 dovrà essere archiviato rapidamente.
 
La gara è proseguita con il duello tra Rossi e Marquez. Il campione del mondo ha messo subito pressione al Dottore di Tavullia, costringendolo ad arrivare lungo all'ultima curva ed infilandolo. Da lì è stato un lungo testa a testa tra loro due, il bambino prodigio ed il vecchio campione, l'allievo ed il maestro. Uno nella scia dell'altro, a fotocopia, in una guerra di nervi e provocazioni, con continue frenate al limite. Alla fine, a tre giri dalla conclusione, Marc ha spiccato il volo, staccando il rivale e siglando tra l'altro il giro più veloce. Per Rossi però la soddisfazione è stata davvero grande. A 35 anni, Valentino sta mostrando di essere ancora in grado di giocarsi le gare contro ragazzi molto più giovani di lui, in barba a chi lo dava per bollito. Invece Rossi c'è. Senz'altro le crisi di Lorenzo e Pedrosa lo hanno agevolato nella rincorsa al secondo posto in classifica (primo degli umani, visto questo Marquez). Ma va anche detto che il salto di qualità rispetto all'anno scorso c'è stato eccome. Se solo non ci fosse quel piccolo marziano...
 
Marquez ha ripreso la via della vittoria dopo un periodo particolare fatto di errori e di sfortunati azzardi. Stavolta non ha sbagliato. Una vittoria che sa di liberazione e di record: eguagliato il leggendario Mick Doohan, campionissimo degli anni '90, capace di conquistare 12 successi in una sola stagione, in sella alla Honda, proprio come il giovane alfiere spagnolo. Questo successo forse è stato ancora più importante perché Marc ha saputo rialzarsi dopo gli errori ed è riuscito in due cose non da poco: costringere all'errore uno come Rossi e resistere alla sua proverbiale pressione (che ha fatto molte vittime, come Biaggi e Stoner). Questo dà ancora più risalto all'ennesima impresa del nuovo cannibale delle due ruote.
 
 
 
 
Per la Ducati è stata una gara negativa, con Crutchlow costretto al ritiro per un problema meccanico e Dovizioso solo ottavo al traguardo, dopo aver trascorso tre quarti di gara a ridosso del podio, rallentato da un altro inconveniente tecnico. L'unico a sorridere è stato Hernandez, con la Ducati satellite, capace di chiudere settimo, proprio davanti al forlivese. Una grande gioia per un ragazzo spesso in ombra (non sempre per colpa sua). Ottime le gare di Stefan Bradl e Bradley Smith, quarti e quinti, in gran rimonta. Ma l'eroe di giornata è Pol Espargarò. Il minore dei due fratelli era incappato in un terribile volo prima delle qualifiche, rompendosi un piede (oltre a numerosi lividi ed escoriazioni in tutto il corpo). Nonostante tutto ha deciso di prendere parte ugualmente al Gran Premio, stupendo per la determinazione e la grinta. Ha corso pieno di antidolorifici ed il risultato è stato eccellente: sesto al traguardo, nonostante il dolore ed il caldo atroce. Il paddock lo ha applaudito al rientro e giustamente perché Pol stavolta ha tirato fuori dal cilindro un numero da vero campione.

venerdì 24 ottobre 2014

Settimana europea da dimenticare, la Serie A non fa più paura a nessuno

Si parla ormai da diverso tempo della crisi che sta colpendo il nostro calcio e che ci sta distanziando sempre più dalle grandi inglesi, spagnole e tedesche. La settimana europea appena finita è forse la prova definitiva: prima le due umilianti (per motivi diversi) sconfitte in Champions subite da Roma e Juventus, poi la pessima figura in Europa League fatta dal Napoli e, in parte, dall'Inter contro gli svizzeri e i francesi. Solo Fiorentina e Torino resistono e portano avanti il nome di quello che una volta era il miglior Campionato del mondo.


ROMA - BAYERN MONACO 1 - 7 (9' Robben (B), 23' Goetze (B), 25' Lewandowski (B), 30' Robben (B), 35' rig. Mueller (B), 65' Gervinho (R), 77' Ribery (B), 79' Shaqiri (B))

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Florenzi incredulo dopo l'ennesimo gol del Bayern

Inizia malissimo la settimana, con una pesantissima sconfitta subita in casa dalla Roma contro il Bayern di Pep Guardiola (la peggior sconfitta interna subita da un'italiana in una gara di coppa europea): la Roma sembra iniziare bene, con le solite incursioni di Gervinho nell'area avversaria, ma è solo un guizzo che dà false speranze ai tifosi di casa. In soli 35 minuti, infatti, la Roma è già sotto di ben 5 gol, in completa balia dell'avversario per tutto il primo tempo. Nella ripresa il Bayern sembra voler rallentare e la Roma segna almeno il gol della bandiera, ma viene umiliata nuovamente dai neoentrati Ribery e Shaqiri, che fissano il punteggio sul 7 a 1: risultato che ai tifosi giallorossi ricorda l'analoga sconfitta, maturata stavolta in casa del Manchester United, subita nel 2007.


OLYMPIACOS - JUVENTUS 0 - 1 (35' Kasami (O))

Roberto, migliore in campo, para un tiro di Morata

Altrettanto umiliante, anche se per motivi diversi, la sconfitta in trasferta della Juventus, che ora vede complicarsi la strada che porta alla qualificazione in Champions. Quella vista ad Atene è una delle peggiori Juventus degli ultimi anni e palesa evidenti problemi di gestione di manovra (accentuate anche dall'oscena prestazione del cardine bianconero, Pirlo) e di mentalità. Il gioco lo conduce per 3/4 del tempo l'Olympiacos, mentre la Juve scende in campo solo intorno al 75' ed inizia a cercare disperatamente il pareggio, che gli verrà più volte negato dalla straordinaria prestazione del portiere Roberto. I bianconeri hanno comunque poco da recriminare, visto che l'unico giocatore ad aver mostrato grinta e ad averci almeno provato è stato Morata: sue le occasioni più pericolose, tra cui una clamorosa traversa colpita dopo la provvidenziale deviazione di Roberto.


YOUNG BOYS - NAPOLI 2 - 0 (52’ Hoarau (Y), 92’ Bertone (Y))

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Bertone sigla il definitivo 2 a 0

Malissimo anche il Napoli, che affonda a Berna contro lo Young Boys. Il solito folle turnover di stampo Benitez (8 giocatori su 11 cambiati rispetto a quelli usati contro l'Inter) evidenzia ancora una volta l'abisso che separa la squadra titolare (che ha già di per sé diversi problemi) da giocatori fantasma come Michu, ma il vero problema resta sempre il reparto arretrato, con pesantissimi errori difensivi che una squadra che mira a diventare grande non si può permettere. Il primo tempo vede le due squadre praticamente alla pari, con un paio di occasioni per parte. È nel secondo tempo che le cose cambiano, con Hoarau che si approfitta di un cross respinto male dalla retroguardia azzurra e insacca il gol del vantaggio. Il Napoli praticamente non reagisce e a partita ormai finita subisce pure il contropiede del raddoppio. Il cammino dei partenopei in Europa non è per nulla compromesso (condividono i 6 punti del girone assieme proprio allo Young Boys e allo Sparta Prague), ma questa è solo una magra consolazione: questa partita era da vincere.


PAOK SALONIKA - FIORENTINA 0 - 1 (38' Vargas (F))
                                    
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Vargas festeggia il gol della vittoria

Sorride invece la Fiorentina, che continua il suo cammino perfetto in Europa, nonostante le fatiche in Campionato. Punteggio pieno, sette gol fatti e nessuno subito: questo il ruolino di marcia della Viola, che vede avvicinarsi la qualificazione e, soprattutto, vede finalmente il ritorno di un Borja Valero finora irriconoscibile. Per tutta la partita la Fiorentina gestisce il gioco, impedendo ai padroni di casa di fare alcunché. Il vantaggio (nonché gol partita) arriva solo al 38', ma prima c'erano state altre occasioni, sciupate tutte da Bernardeschi (clamoroso il gol mancato a porta vuota). Sfortunati anche in ripresa, con un'altra conclusione di Vargas che però si stampa sul palo. Nel recupero il PAOK tenta una reazione, ma la Fiorentina dice no e mantiene inviolata la propria porta in Europa.


INTER - SAINT-ETIENNE 0 - 0
                                        
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Clement e Guarin, durante un'azione

Continua ad essere in astinenza di vittorie l'Inter, che in casa colleziona un altro pareggio contro il Saint-Etienne, quarto in Ligue 1. Una vittoria, due pareggi e due sconfitte nelle ultime cinque partite: numeri tutt'altro che positivi quelli della squadra nerazzurra, che sembrano aver smarrito la via. Guarin sembra il più pimpante tra le file interiste, mentre la punta di diamante della squadra, Icardi, continua le sue prestazioni opache, sprecando troppo. Dall'altro lato si fa invece notare Tabanou, uno dei migliori in campo, che impegna diverse volte un attento Carrizo. Entrambe le squadre continuano a mantenere la porta inviolata in Europa, ma la mancanza di risultati positivi deve far riflettere l'Inter.


TORINO - HJK HELSINKI 2 - 0 (35' Molinaro (T), 58' Amauri (T))
                                     
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Molinaro festeggia la sua rete

Bella partita invece quella del Torino, che mantiene la testa del girone battendo l'ultima della classe, l'Helsinki, fermo a zero punti e zero gol fatti. Il Toro continua il suo cammino glorioso, non subendo gol in Europa da ben 7 gare. Fin da subito i padroni di casa si dimostrano aggressivi, con Josef Martinez che sfiora il gol dopo nemmeno due minuti dal fischio d'inizio. Il modesto Helsinki non riesce a reagire e il Torino può condurre tranquillamente il gioco. Diverse le occasioni nella prima mezz'ora di gioco, fino al gol di Amauri, annullato per un fuorigioco inesistente. Poco importa, perché subito dopo Darmian dalla fascia destra crossa per Molinaro, sulla sinistra, che di controbalzo insacca. A inizio ripresa l'Helsinki tenta una timida reazione, con una punizione intercettata da Padelli, e poco dopo Amauri trova la prima rete (valida) con la maglia granata. L'Helsinki, consapevole della propria incapacità di ribaltare la situazione, non reagisce e il Torino può comodamente trascinare la partita fino al fischio finale.

Moratti - Inter: un divorzio epocale

Il processo di cambiamento in casa Inter, iniziato poco meno di un anno fa con l'acquisizione da parte di Erick Thohir del 70% della società, sembra essersi concluso ieri, con l'addio da parte di Massimo Moratti e di tre dei suoi "fedelissimi": la fine di un'era durata 19 anni.

                                                               
Erick Thohir e Massimo Moratti, fino a ieri i due volti dell'Inter

Così annunciava ieri la società di Moratti: "Internazionale Holding Srl, società facente capo al Dot Massimo Moratti e ai suoi figli, dott. Angelomario Moratti e dot. Giovanni Moratti - si legge nella nota -, e titolare di una partecipazione pari al 29,5% di Fc Internazionale Milano Spa comunica che in data odierna il dott. Angelomario Moratti, il dott. Rinaldo Ghelfi e il dott. Alberto Manzonetto hanno rassegnato ciascuno a titolo individuale le proprie dimissioni dalla carica di consigliere di amministrazione della società F.C. Internazionale Milano S.P.A.. Internazionale Holding Srl comunica inoltre, che il dott. Massimo Moratti in data odierna ha rinunciato alla carica di presidente onorario di F.C Internazionale Milano Spa gentilmente offertagli da Mr Erik Thohir nel novembre dello scorso anno".

I motivi dietro questo addio non sono ancora stati resi noti: Moratti infatti si è limitato a dire che "I tifosi capiranno la mia scelta nei prossimi giorni".
Certo invece è che, in casa Inter, l'aria era tesa da tempo: l'ormai ex Presidente onorario, infatti, sembrava premere per l'allontanamento di Walter Mazzarri, l'attuale allenatore nerazzurro, reo di non aver portato a casa risultati accettabili. Quest'ultimo aveva risposto in modo poco gentile ("Non ho tempo di pensare a ciò che ha detto Moratti, quindi neppure a disperdere energie per rispondergli"), e la fiducia che Thohir sembra ancora nutrire nei confronti del tecnico potrebbe essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Poco rosea era anche la situazione all'interno del Consiglio di Amministrazione, con il nuovo CEO Bolingbroke che aveva accusato (neanche troppo velatamente) Moratti per il passivo di 100 milioni di euro nel bilancio della stagione scorsa.

Un insieme di fattori, dunque, che avrebbero contribuito al progressivo allontanamento di Moratti da quella che, ormai, non era più la sua Inter, anche se, per ora, l'ex patron nega ogni attrito con Mazzarri e Thohir e afferma di non voler vendere le sue quote.

Attenzione anche ad altre voci (che per ora rimangono tali), riguardo un possibile addio di un'altra importantissima figura del Pantheon interista: il vicepresidente Javier Zanetti. Non ci sono al momento motivi ad avvalorare quest'ipotesi, ma non è da sottovalutare l'enorme vicinanza dell'ex capitano nerazzurro alla famiglia Moratti.

martedì 21 ottobre 2014

MotoGp Australia: Rossi bis nel caos gomme

L'aveva detto alla vigilia: "Non baratterei il secondo posto con un'altra vittoria." E c'era da credergli. Del resto quando parla Valentino Rossi non lo fa mai a caso. Senz'altro Phillip Island è una pista che favorisce molto la Yamaha, agevolata dalle temperature. Indubbiamente poi la gara australiana è diventata una lotteria in questi ultimi anni, tra la gara dell'anno scorso, passata alla storia per la squalifica di Marquez e per l'inizio della rimonta di Lorenzo, e quella di quest'anno.
 
Le prove hanno messo in mostra due aspetti: il gran passo di Marc Marquez, oltre alle difficoltà fisiche di Dani Pedrosa, colpito da una brutta bronchite, e l'ennesimo dilemma gomme. Stavolta la Bridgestone, fornitore unico in MotoGP, ha portato oltre alle solite gomme, anche un pneumatico asimmetrico, ossia un mix di due mescole classiche, dunque ideato con caratteristiche molto simili ma, sulla carta, in grado di offrire prestazioni migliori. Inoltre questo nuovo modello di gomma è stato progettato proprio per evitare nuovi disastri come l'anno scorso. E, ovviamente, i piloti si sono divisi tra favorevoli alla nuova linea e contrari.
 
La pole è andata, manco a dirlo, a Marc Marquez, davanti al sorprendente Crutchlow e a Jorge Lorenzo. Quinto Pedrosa e solo ottavo Rossi. A questo punto la scelta di gomma è stata decisiva per la gara. Marquez, come il compagno Pedrosa e le Ducati, ha montato la nuova asimmetrica, Lorenzo e Rossi sono rimasti sulle gomme tradizionali. E la partenza del campione del mondo è stata impressionante, con una progressione incredibile di giri veloci. Dietro di lui, il vuoto. Quindi il duello tra le due Yamaha, con la grande rimonta di Valentino, mentre un contatto causato da Andrea Iannone, toglieva di scena Pedrosa, ormai confinato fuori dal podio della classifica iridata. Un vero peccato per il catalano, anche se dopo il successo di Brno, è decisamente calato nelle sue prestazioni, compromettendo definitivamente il suo piazzamento. Onore comunque ad Andrea per l'ammissione di colpa. Davanti Marquez sembrava imprendibile. Il problema stavolta non è stata la foga dello stesso Marc ma proprio la gomma magica. Un abbassamento improvviso della temperatura ha mandato in crisi gli pneumatici, rendendo la moto inguidabile. Così Marquez, che navigava con 4 secondi di vantaggio su un ottimo Valentino Rossi, si è ritrovato scaraventato a terra dalla moto resa imbizzarrita dal problema tecnico. Gara buttata alle ortiche e dodicesima vittoria stagionale sfumata. Il guasto di Marquez si è ripresentato puntualmente su tutte le altre moto dotate dello stesso set di gomme e, uno dopo l'altro, i fratelli Espargarò e Bradl. Non solo i piloti con gomme asimmetriche finivano al suolo: anche Lorenzo è andato in crisi di gomme perdendo fino a due secondi a giro dagli avversari. Cal Crutchlow su Ducati ha assaporato così la possibilità di un altro podio dopo il Gran Premio di Aragona ed ha infilato Lorenzo, portandosi in seconda posizione. Tuttavia la gioia dell'inglese è durata pochissimo, giusto il tempo di arrivare all'inizio dell'ultimo giro e di stendersi, tradito nuovamente dalla gomma asimmetrica. La Ducati può consolarsi con il quarto posto di Dovizioso, unico superstite degli "asimmetrici" e con il quinto di Hector Barbera.
 
L'unico ad aver azzeccato la strategia vincente, ad aver saputo gestire al meglio le gomme e ad aver condotto la gara al meglio è stato Valentino Rossi. Indubbiamente la buona sorte lo ha assistito ma è anche vero che lui ci ha messo del suo nel farsi trovare al posto giusto al momento giusto, quando la gomma tradiva Marquez. Onore quindi al campionissimo di Tavullia che ora sogna un clamoroso piazzamento alle spalle del fenomeno Marquez, nella classifica iridata. Ora infatti ha 25 punti da gestire su Dani Pedrosa, a secco, ed 8 su Jorge Lorenzo. Vittoria importantissima anche per il morale, con Valentino ultimamente in difficoltà nel confronto con Jorge (Misano a parte) e beffato da Marquez a Motegi nella lotta mondiale. Per Lorenzo non è stata la gara migliore ma anche lui ha saputo cogliere il regalo che la buona sorte gli ha concesso. Resta l'amaro in bocca per l'avvio di campionato disastroso. Ora i due Yamahisti stanno ottenendo grandissimi risultati. Certo, anche Marquez ultimamente non è più così tanto marziano come ad inizio stagione ma è anche normale avere un minimo calo di tensione a Mondiale acquisito e soprattutto va detto che è andato forte quando realmente occorreva.
 
Ma dietro ai due fenomeni, la Yamaha ha completato la giornata perfetta con il terzo posto di Bradley Smith, al primo podio nella top class. Il ragazzo britannico non ha il talento di tanti campioncini della generazione di fenomeni spagnoli, tant'è vero che ha incrociato in più di un'occasione la sua strada con quella di Marquez ed Espargarò, tanto per fare due nomi, ed ha dovuto arrendersi nella sua rincorsa al titolo delle categorie minori. La moto poi non l'ha aiutato finora, con una Yamaha spesso incapace di inserirsi nei piani alti. Ma il ragazzo ha comunque il pregio di non arrendersi mai e questo podio vale come una vittoria, premio per la sua tenacia. Proprio vero che si può essere eroi anche solo per un giorno...

lunedì 20 ottobre 2014

SuperLega volley A1: Super Ravenna a Piacenza

Pessimo esordio casalingo per il nuovo Copra Ardelia Piacenza, rivoluzionato dalle vicende societarie in un'estate particolarmente tormentata. Certamente l'avversario che la compagine piacentina ha dovuto affrontare non era quello più morbido e tenero: la CMC Ravenna, con il nuovo tecnico, l'argentino Kantor, ha mantenuto l'ossatura della splendida stagione precedente, chiusa con un grandissimo quinto posto, rinforzandola con alcuni innesti di qualità. Su tutti spicca l'opposto brasiliano Renàn, 217 cm di potenza pura, autentico martello della squadra romagnola.
 
Le qualità di questo ragazzone brasiliano sono emerse nettamente nel primo set. Ravenna con Toniutti e Renan in diagonale, Cebulj e Koumentakis in banda, Cester e Mengozzi al centro, con il libero Bari. Piacenza ha schierato  Vermiglio e Le Roux in diagonale, Papi e Zlatanov in banda, Alletti e Ostapenko al centro. Debutto per il libero brasiliano Mario Junior.  Nonostante il tifo caloroso piacentino (con tanto di grande coreografia all'annuncio delle formazioni), la squadra di mister Radici ha iniziato l'incontro come nel primo set di Supercoppa contro Treia, mostrando limiti evidenti a muro, in ricezione e, cosa ancora peggiore, nella costruzione del gioco. Ravenna, invece, ha giocato subito sciolta, senza problemi. Addirittura la squadra di Kantor navigava con un vantaggio di 6 punti (14-8). Piacenza ha iniziato lentamente a carburare e ad entrare in partita, recuperando terreno sugli avversari, fino a portarsi a due lunghezze (21-19). Quindi l'aggancio dei piacentini sul 21 pari. Poi, nonostante alcuni problemi di rotazione per i ravennati, la verve di Renàn e di Toniutti ha fatto la differenza, chiudendo il set 25-23.
 
Nel secondo set pronta reazione griffata Copra. Piacenza è scappata via subito ed ha fatto il vuoto (12-8). Ravenna tentava di rientrare, portandosi ad una sola lunghezza, sul 14-13. Ma è stato solo un fuoco di paglia: Piacenza in questo set è stata devastante ed è riuscita ad esprimersi al meglio, scappando via nuovamente (19-15). Ravenna ha cercato nuovamente di accorciare (23-20) ma l'aggancio non è riuscito per merito dei biancorossi. Le Roux decisivo in questo set, a tratti immarcabile. Vermiglio entusiasmante e determinante con un muro vincente.
 
Tutto da rifare per Ravenna ed il terzo set è diventato un lungo testa a testa, con le due squadre che si sono alternate a condurre la gara, creando ed annullando break. Piacenza ha dato l'impressione di poter allungare portandosi sul 17-14. Un errore di Vermiglio ha permesso a Ravenna di restare a galla, mentre il Copra si perdeva nel suo caos. Pareggio Ravenna 19-19. Piacenza avrebbe un'altra chance ma Le Roux sul più bello scivola e non riesce a chiudere il punto. Ravenna ha fiutato il momento opportuno ed ha dato l'allungo decisivo, grazie anche agli errori incredibili dei padroni di casa. Nonostante gli sforzi piacentini, ecco l'ace di Koumentakis a chiudere il terzo set.
 
Chi nel quarto set si attendeva una grande reazione di Piacenza è rimasto deluso. Fin da subito è apparso chiaro che Ravenna aveva in pugno la partita e attendeva il momento buono per piazzare l'allungo vincente. E così è stato. Dopo un avvio scoppiettante, con diversi botta e risposta, la squadra di Kantor è arrivata al time out tecnico avanti 12-8. Nuovo allungo e 16-11, segnale di una resa senza condizioni dei padroni di casa, lentamente sempre più fuori partita e travolti dal fenomenale Renàn. A chiudere il match, tra i fischi del Palabanca, ci ha pensato Mengozzi, con un primo tempo.
 
Nulla di irrecuperabile, siamo in fondo solo ad inizio stagione. Certamente in casa Copra ci sarà molto da riflettere su quanto visto in queste due uscite stagionali, con la sconfitta di misura contro Treia in Supercoppa e con il match odierno. Non tutto va buttato via: Vermiglio ha mostrato di essere ancora un ottimo palleggiatore, i "vecchietti terribili" Zlatanov e Papi non hanno deluso. Kevin Le Roux ha fatto vedere ottimi spunti, senza mostrare troppe difficoltà nel passaggio da centrale ad opposto. In difesa Mario Junior ha dato saggio di alcuni ottimi interventi. Jacopo Massari ha iniziato col piede giusto. Cosa non va allora in questo Copra Piacenza "ammalato"? Certamente bisogna tenere presente che per ora la squadra ha bisogno di tempo. Molti giocatori devono ancora trovare la giusta intesa, i meccanismi per potersi esprimere al meglio. La rosa del resto ha indubbiamente elementi di eccelsa qualità e poi l'allenatore Andrea Radici è sicuramente molto preparato, visti i risultati eccellenti ottenuti a Città di Castello. Quindi, cari tifosi biancorossi, servirà tanta tanta pazienza prima di poter vedere i risultati dell'operato di mister Radici. Tuttavia c'è già da riflettere su alcuni aspetti negativi: dal punto di vista tecnico, i centrali hanno mostrato finora diversi limiti. Mai in grado di saper leggere con attenzione un primo tempo avversario, spesso in ritardo a muro, a volte imbarazzanti in attacco, con schiacciate-mozzarelle facilmente difendibili dagli avversari. A parte Tencati, che ha giocato troppo poco, gli altri tre hanno deluso le aspettative. E poi, se i vecchietti non sono più in grado di reggere un'intera partita, i giovani sono ancora acerbi: ad esempio Massari fatica ad entrare in partita e a trovare la giusta continuità ed a volte si perde in errori grossolani. Vermiglio, dal canto suo, a volte esagera con le finezze e non sempre trova la via migliore per agevolare la squadra (perché ostinarsi con il primo tempo se i centrali non sono in un momento particolarmente felice?). Ma l'aspetto più preoccupante del match contro Ravenna è la tenuta mentale: Piacenza ha dato troppe volte la sensazione di essere fragile e molle, non riuscendo a contrastare adeguatamente l'avversario, finendo per adagiarsi sugli allori o arrendendosi rapidamente. Sicuramente può trattarsi anche di un naturale momento di scoramento per i risultati che ora non arrivano, ma è importante non crollare psicologicamente e, se non altro, ritrovare il giusto mordente.
 
Ravenna, invece, può continuare a sognare in questo "magic moment" che dura da maggio. L'addio di Bonitta non ha scalfito minimamente la voglia di stupire dei ragazzi della città romagnola. Anzi, ora Ravenna può sognare in grande, puntando ad una buona qualificazione per i playoff come dichiarato dal fenomenale palleggiatore, Benjamin Toniutti. Le basi ci sono tutte: una squadra solida e quadrata, che ha cambiato poco e si è rafforzata, l'estro del francese in regia, il mostro Renàn e quell'entusiasmo sano che può far miracoli. Certo, la parola scudetto resta una chimera, quello è affare d'altri, Treia, in primis. Ma vuoi vedere che Kantor si è rivisto in DVD i miracoli di Monti a Piacenza e di Kovac a Perugia?
 
Pagelle
Piacenza
Vermiglio 5,5: la ricezione non è delle migliori, spesso deve correre a tappare le falle che fa la seconda linea. Tuttavia a volte pecca di egoismo, talvolta valuta male e, soprattutto, non riesce mai a dare quello scossone, quel cambio di ritmo alla squadra, che resta lenta e prevedibile nella manovra. Insomma da Vale ci si aspetta un po' di più. Il confronto con Toniutti dall'altra parte della rete è deprimente.
Le Roux 8: pesa tantissimo nell'economia del terzo set quella scivolata maledetta che costa la fuga a Piacenza. Resta comunque il trascinatore della banda. Decisivo a muro e in attacco, non basta a portare la sua squadra almeno al tie break. Encomiabile il suo sforzo.
Ostapenko 4: tolto il servizio, arma eccezionale con cui riesce a scardinare, a volte, la difesa ravennate, combina troppo poco. E per di più, quando viene imbeccato da Vermiglio riesce a sbagliare tanto. Lento e prevedibile in attacco, impacciato a muro ed in difesa. Quello visto finora è il gemello fuori ritmo del colosso russo. Ora tutti vorrebbero rivedere quello vero, anche perché il ricordo di Simon pesa, eccome.
Kohut 3: se la prova di Ostapenko è insufficiente, la sua è addirittura disastrosa. Il servizio lo aiuta a sprazzi ma il peggio è in attacco, dove è, a tratti, imbarazzante con lisci clamorosi sui primi tempi. Sempre in ritardo, mai preciso e poco incisivo. Insomma, una brutta prova da lasciarsi alle spalle. Ci sarà tempo per rifarsi.
Papi 7: buona la prova del fenomeno di Falconara. In ricezione riesce a reggere bene, aiutando e supportato da Mario. Pochissimi i suoi errori. In attacco viene impiegato poco, ma quando è chiamato in causa si fa trovare pronto. Si spera di rivederlo sui livelli di forma dell'anno scorso.
Zlatanov 5,5: prova dai due volti; in attacco è il solito martello e, quando riesce, fa davvero male alla difesa avversaria, mentre a muro dà spettacolo, stampando più volte Renàn e compagni. In ricezione ed in difesa risulta essere l'anello debole, concedendo troppi punti a Ravenna, senza riuscire a trovare un modo per arginare le bordate avversarie.
Mario Junior 6,5: non è impeccabile sull'ace che risolve il primo set e in altre situazioni non sembra sicuro. Tuttavia riesce a tenere a galla la seconda linea anche in momenti difficili, con qualche ottimo guizzo. Ci si aspetta qualcosa in più da lui, ma si dovrà attendere che recuperi dalle fatiche mondiali e che la squadra lo aiuti maggiormente, non esponendolo così agli attacchi avversari.
Massari 5,5: entrare a partita in corso non è facile, figurarsi con una partita così complicata. Ancora una volta nel momento decisivo stecca il colpo. Per il resto va a corrente alternata, poi naufraga con gli altri nel quarto set.
Marra s.v.: entra nel quarto set per difendere ma non viene mai impegnato.
Tavares 6: entra solo per andare al servizio ma ben figura. Il ragazzo è molto giovane ed ha talento. Indubbiamente avrà modo di ritagliarsi spazio più avanti.
Tencati 6: cerca di dare un minimo di solidità in più a muro, visti i disastri fatti dagli altri. Può far poco nel crollo finale.
Radici 5,5: c'è ancora tanto da lavorare ed è inutile girarci attorno. Alcune scelte sono discutibili (perché Tavares al posto di Ostapenko solo per il servizio, quando è l'unica arma valida del russo? Perché non tentare di giocarsi la carta Tencati visto il rendimento dei centrali? Ter Horst non vale proprio nemmeno un Zlatanov in giornata no?), altre lo premiano. Vedremo quando i risultati gli daranno ragione.
 
Ravenna
Toniutti 9: uno spettacolo per gli occhi. Dirige un'orchestra ben formata con il piglio del campione. Riesce a dettare il ritmo ai suoi, variando continuamente le soluzioni e rendendo il suo gioco imprevedibile. Pure in difesa fa gli straordinari.
Renàn 8,5: se Toniutti è la mente, lui è il braccio. E che braccio! A tratti immarcabile, fa a pezzi la difesa avversaria, trascinando i suoi. Unica pecca: non sempre è lucido in attacco e a volte non usa la forza quando servirebbe.
Cebulj 7,5: al servizio crea diversi problemi a Piacenza ma in generale la sua prova è davvero encomiabile. Sbaglia pochissimo, agevolando i compagni.
Koumentakis 8: anche lui fa malissimo col servizio, permettendo ai suoi di aggiudicarsi il terzo set, che poi spianerà la strada al successo romagnolo. In generale, disputa una grandissima partita.
Cester 7: a muro riesce a fermare molto bene gli attacchi piacentini, nei primi tempi ha vita facile grazie alle sviste degli avversari. Tanto per non essere da meno degli altri, martella pure col servizio.
Mengozzi 7: nei primi set disputa una buona prova, senza grandi lampi. Nel finale decide di chiudere la partita da solo a suon di primi tempi e murate.
Bari 6,5: viene aiutato da un'ottima difesa dei suoi e, rispetto al collega Mario, non fatica più di tanto. Bravissimo comunque a dare sicurezza ai suoi e a permettere a Toniutti di avere ottimi palloni per sprigionare il suo genio.
Cavanna 7: entra per andare al servizio. Decide di prendersi qualche scampolo di gloria nel finale con una lunga serie di servizi in cui Piacenza alza bandiera bianca
Goi 6: non può molto sugli attacchi di Piacenza, fa quello che gli è possibile.
Kantor 9: semplicemente fa il capolavoro al suo debutto. Una partita pressoché perfetta, giocata contro una squadra sulla carta favorita e in un palazzetto difficilissimo, in cui l'anno scorso si era imposta solo Perugia. Meglio di così...
 
Volley, un inizio esaltante per la Cmc Ravenna: vittoria a Piacenza per 3-1
COPRA ARDELIA PIACENZA-CMC RAVENNA 1-3 (23-25, 25-20, 22-25, 17-25).
COPRA ARDELIA PIACENZA: Ostapenko 7, Le Roux 21, Zlatanov 9, Kohut 7, Vermiglio 2, Papi 6, Mario Jr (libero), Tencati, Massari 6, Tavares. Ne: Page, Ter Horst. All. Radici.
CMC RAVENNA: Cebulj 17, Cester 7, Renan 21, Koumentakis 12, Mengozzi 9, Toniutti, Goi (libero), Bari (libero),  Cavanna, Gabriele. Ne: Ricci, Zappoli.  All. Kantor.
Arbìtri: Gnani e Sobrero
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domenica 19 ottobre 2014

Pavia: in casa imbattuti e "Fortunati"

Dopo la brutta sconfitta a Mantova, il Pavia si rialza contro l'Arezzo battendolo 2 a 0, confermando la propria imbattilità stagionale in casa.
Gara che si mette fin da subito in discesa per i padroni di casa, che già dal 9' si ritrova in vantaggio numerico per l'espulsione di Panariello per un fallo in area su Soncin.

Le due squadre appena scese in campo

L'inizio della partita al Fortunati è molto equilibrato, con entrambe le squadre che spingono, arrivando entrambe più volte al tiro. Al 9' però ecco l'azione che spacca fin da subito la gara: Soncin viene steso in area da Panariello, che viene espulso. Il Cobra trasforma dal dischetto e l'Arezzo è in svantaggio sia numerico che di risultato.

Capuano corre subito ai ripari, passando alla difesa a 4 per coprirsi dietro, dove è rimasto orfano di un uomo. Subito dopo, però, ecco l'occasione che potrebbe riportare la gara in equilibrio: al 12' infatti l'Arezzo reclama un rigore per un fallo di mano di Biasi, che aveva stoppato in scivolata un tiro. Il tocco, tuttavia, viene considerato involontario dall'arbitro, che lascia correre.
In avanti intanto il Pavia continua a spingere, con un Soncin scatenato che cerca la doppietta personale, venendo però puntualmente fermato dalla difesa e da un Benassi in stato di grazia, mentre Ferretti fatica a trovare spazi, risultando troppo lento e macchinoso nei movimenti.

Al 17' altra azione dubbia nell'area del Pavia, con Bonvissuto che va giù dopo un contatto con la difesa Azzurra: l'arbitro fischia, ma solo per mostrare il cartellino giallo per simulazione a Bonvissuto, che, diffidato, salterà la prossima gara contro il Feralpisalò.

Nonostante la gara in salita, l'Arezzo combatte a testa alta, trovando anche il gol del pareggio al 22' su schema da calcio d'angolo, annullato però giustamente per fuorigioco.
Dopo questi rischi, il Pavia si ricompone, concedendo sempre meno agli ospiti e mostrandosi pericoloso dalle parti di Benassi, che però chiude la porta in faccia agli attaccanti Azzurri, come ad esempio al 23', quando sfodera una grande parata su un pallonetto stupendo di Cesarini.
Il primo tempo, tutto sommato abbastanza equilibrato, si chiude sull'1 a 0.

A inizio ripresa l'Arezzo scende in campo con una nuova aggressività, costringendo il Pavia a chiudersi dietro e a lasciare agli ospiti il pallino del gioco: i padroni di casa, infatti, si presentano molto meno in attacco, anche se ogni volta che lo fanno sfiorano il gol del raddoppio. Nei primi 7 minuti, infatti, Benassi è costretto a superarsi almeno due volte, respingendo in angolo tiri che sembravano destinati in rete.

Gli Azzurri tornano a controllare il gioco solo a partire dal 70', dopo aver rischiato fin troppo dietro: l'Arezzo sembra ora non averne più e il Pavia se ne approfitta. Al 79' Ferretti pesca sulla sinistra Cogliati, appena subentrato a Soncin (accompagnato da un lunghissimo applauso al momento del cambio), che completamente solo si accentra e supera Benassi, siglando il definitivo 2 a 0.
La partita è ormai chiusa, permettendo al Pavia di controllare il possesso palla fino al fischio finale.


IL MIGLIORE: nonostante la sconfitta, Benassi è sicuramente uno dei migliori in campo. Incolpevole sui gol, l'ex Lecce vola, salvando più volte la propria squadra da un passivo molto più pesante.


IL TABELLINO
- PAVIA (4-3-1-2): Facchin; Ghiringhelli, Abbate, Biasi, Sereni; Rosso (dal 82' Romanini), Corvesi (dal 60' Carotti), Carraro; Cesarini; Soncin (dal 68' Cogliati), Ferretti. Allenatore: Riccardo Maspero.

-AREZZO (3-5-1-1): Benassi; Villagatti, Panariello, Pisani; Campagna, Gambadori (dal 71' Padulano), Carcione, Dettori (dal 60' Coppola), Brumat (dal 52' Cucciniello); Erpen; Bonvissuto. Allenatore: Ezio Capuano.

ARBITRO: Francesco Fiore.

GOL: Soncin 10' rig. (P), Cogliati 79' (P).

AMMONITI: Bonvissuto 17' (A), Ghiringhelli 40' (P), Corvesi 53' (P), Gambadori 54' (A), Coppola 68' (A).

ESPULSI: Panariello 9' (A).

Un nuovo inizio

Questo non sarà un articolo su un evento sportivo: considerate quello che state per leggere come un "Chi sono 2.0", in quanto intendo sia parlare di me in modo più specifico di quanto fatto in precedenza, sia presentare un nuovo piccolo, grande progetto che porterò su questo blog. Andiamo con ordine.

Mi chiamo Luca, sono nato il 15 settembre 1992 e vivo a Pavia. Dopo 5 splendidi anni di elementari e 3 anni non altrettanto belli di medie, mi sono trovato di fronte al primo, classico bivio della vita: cosa voglio fare da grande?
Scelsi il liceo scientifico perché fin da bambino sognavo di fare il dottore. Tuttavia, come spesso accade, il sogno che si ha da bambini non dura, e infatti mi ritrovai all'ultimo anno di liceo con le idee confuse. Alla fine, ascoltando anche i consigli di persone più o meno vicine a me, scelsi di trasformare in lavoro la mia più grande passione: la scrittura. Quando avevo 12 anni, infatti, iniziai a scrivere, sia per il giornalino scolastico delle medie, sia racconti per conto mio, ottenendo diversi pareri positivi in entrambi i campi. Da allora iniziai a scrivere sempre di più, un po' per affinare la tecnica e un po' per motivi personali (divertimento, piacere di farlo, ma anche come sfogo), scoprendo pian piano che adoravo scrivere.

Decisi, quindi, finito il liceo, di fare non medicina, ma Lettere Moderne, per potermi avvicinare al giornalismo e alla scrittura in generale. Sotto consiglio poi di persone molto vicine a me, e per unire la mia passione per la scrittura a quella per il calcio e lo sport in genere, fondai questo blog.

Poi, al mio compleanno, una grande sorpresa: i miei quattro cugini (che non nomino qui per privacy) mi hanno regalato l'abbonamento annuale per poter vedere le partite in casa della squadra della mia città, il Pavia, che milita in Lega Pro. Tramite questo gesto, potrò portare su questo blog delle cronache in diretta, genuine in quanto viste dal vivo e quindi epurate dal commento dei cronisti: potrà sembrare poco ad alcuni, ma per me è un grande, grandissimo inizio, più di quanto potessi sperare quando aprii il blog. Grazie a loro, ora sono vicino più che mai alla realizzazione di quel sogno che mi porto dietro da ormai dieci anni.

Chiedo scusa per questo pezzo "off-topic", ma era giusto sia dire qualcosa in più su di me, sia presentarvi il mio nuovo progetto, sia ringraziare di cuore le persone che hanno creduto in me e finanziato questo mio sogno.

                               

martedì 14 ottobre 2014

MotoGp Motegi: il Samurai Marquez sul tetto del mondo



GAME OVER al campionato. Marc Marquez ha conquistato il secondo mondiale consecutivo nella Top Class su altrettante stagioni, mantenendo l’imbattibilità ed aggiungendo questo trionfo agli altri due allori conquistati in 125 e Moto2. Un trionfo annunciato e legittimato con una prima parte di stagione a dir poco perfetta: 10 vittorie su altrettante gare disputate, ottenute in ogni condizione climatica, contro tutti gli avversari di giornata, piloti del calibro di Valentino Rossi, Jorge Lorenzo, Dani Pedrosa ed Andrea Dovizioso (17 titoli mondiali divisi tra questi quattro campioni), combattendo corpo a corpo, attaccando fin dall'inizio, ragionando, rimontando. E Marc ha sempre dato l’impressione di avere una marcia in più, di avere una visione di gara incredibile e di saper prendere la decisione giusta. Il tutto unito ad una moto praticamente perfetta come la Honda, cucita su misura per lui e, in alcune occasioni, superiore alla Yamaha. Anche se la differenza è stata fatta dal maghetto di Cervera: a tratti impietoso il confronto con l’altro Hondista, Pedrosa. La sensazione è stata quella di assistere ad una serie di esibizioni e saggi di bravura del talento classe ’93. A tratti è stato davvero un marziano tra i terrestri "normali". Solo da metà agosto questa marcia si è arrestata ma quando ormai il margine era di tutta sicurezza e per di più gli avversari diretti non sono mai stati sufficientemente consistenti per poterlo realmente impensierire. Marc è entrato così nell’Olimpo dei grandi del motociclismo. Se già l’anno scorso il suo approdo era stato devastante, questa stagione è stata semplicemente una passerella verso l’iride. Ha stupito per la concretezza, per la fantasia di alcuni gesti tecnici semplicemente fenomenali, quasi da videogame. Ha impressionato la sua velocità di apprendimento continuo e di perfezionamento dei propri mezzi, tipica dell’elite dei fenomeni. Il tutto stupisce quando si legge l’anagrafe: a 21 anni Marc ha già fatto la storia di questo sport.

A Motegi il compito di Marc sulla carta doveva essere piuttosto semplice ma, dopo le ultime gare piuttosto sfortunate, non sembrava così scontato. Per conquistare il titolo con tre gare d’anticipo doveva chiudere davanti a Pedrosa e Rossi, principali inseguitori in classifica, perdendo non più di 15 punti da Lorenzo. Eppure le prove difficili non lo lasciavano presagire nulla di buono: prima un problema ai freni, poi un guasto di natura elettronica sulla moto nelle libere, oltre ad un set up difficile da trovare e quasi da inventare. Il tutto mentre gli avversari sembravano essere già a buon punto in ottica gara. Su tutti, la rivelazione è stata Andrea Dovizioso, su Ducati. Sfruttando anche la gomma più morbida ed il regolamento più favorevole per le Open, è riuscito a conquistare una fantastica pole position, davanti a Rossi, riportando una Rossa di Borgo Panigale al primo posto in qualifica dopo quattro anni di assenza (ultima volta con Casey Stoner a Valencia). Un’impresa incredibile, speciale dopo tanti anni di difficoltà e crisi, giusto premio per l’ottimo lavoro. Purtroppo per potersi iscrivere al club dei Fantastici 4 serve ancora tempo, come si è visto in gara, con un passo ancora inferiore a quello dei marziani. Infatti alla partenza ha retto solo per un giro l’assalto Yamaha con Rossi e Lorenzo, scattato dalla seconda fila, mentre le Honda di Marquez e Pedrosa navigavano in quinta e sesta posizione, dietro anche alla Ducati di un ottimo Andrea Iannone. Ma alla lunga i valori sono emersi: Rossi ha preso la leadership, per poi consegnarla dopo tre passaggi a Lorenzo, da lì dominatore incontrastato. Da dietro Marc Marquez ha iniziato la sua rimonta, infilando prima Iannone e poi Dovizioso, fino a quel momento terzo dietro alle due Yamaha. A quel punto, con Pedrosa in difficoltà ed alle prese con le Ducati, il fenomeno spagnolo si è concentrato sull’ultimo ostacolo sulla strada per la gloria, in casa Honda, proprietaria del circuito giapponese: Valentino Rossi. Marc lo ha studiato, ha tentato una prima volta l’attacco verso metà gara, ma è stato respinto. Poi ad 8 tornate alla fine, ha staccato forte in un tornante, infilando, questa volta in maniera definitiva, il pesarese e prendendosi la seconda posizione. Lorenzo non era lontanissimo ma Marc ha deciso di controllare il ritorno del rivale in classifica. Gli ultimi sette giri sono passati via nel segno del tentativo di Valentino di attaccare il fenomeno di casa Honda, bravissimo comunque a conservare il margine di sicurezza. Pedrosa nel frattempo scavalcava le Ducati, non senza fatica, e si riportava alle spalle di Rossi, senza mai dare la sensazione di poterlo insidiare. Negli ultimi giri non è più cambiato nulla e così si è arrivati ad una divisione salomonica delle poste in palio: Jorge Lorenzo, fino a queste ultime gare il “brutto anatroccolo” dei Fantastici 4, ha conquistato la sua seconda vittoria consecutiva, dimostrando di essere ancora un pilota di vertice. L’altro volto felice è comunque quello di Valentino Rossi, capace a 35 anni, di giocarsela sempre alla pari con i ragazzi terribili. Ora si giocherà il secondo posto nel mondiale con Jorge e Dani, quarto al traguardo. Già una grande soddisfazione per il vecchietto terribile, che l’anno scorso non riusciva nemmeno lontanamente a giocarsela contro questi fenomeni.



Ovviamente il volto più sorridente resta quello di Marc Marquez, secondo classificato a Motegi e soprattutto, campione del mondo 2014, bissando il titolo dell’anno scorso. Il piccolo diavolo ha festeggiato il trionfo in casa Honda, cosa mai riuscita ad alcun alfiere della casa motociclistica nipponica. È il più giovane pilota ad aver conquistato due titoli consecutivi nella top class, oltre a tutti gli altri record che sta riscrivendo questo ragazzo dal volto sempre sorridente ma terribile con gli avversari quando scende in pista. Ora ci sarebbero il record di punti di Lorenzo del 2010 e quello di vittorie stagionali di un certo Mick Doohan da aggiornare. Sicuramente Marc non lascerà nulla di intentato…

sabato 11 ottobre 2014

Qualificazioni Euro 2016: sintesi Italia - Azerbaigian 2 - 1

L'Italia soffre con le piccole: è sempre stato così e, a quanto pare, lo è ancora.
Nonostante la nuova gestione Conte, infatti, la Nazionale fa fatica a scardinare il fortino azero, che praticamente rinuncia ad attaccare, lottando duramente per mantenere lo 0 a 0 prima e l'1 a 1 dopo l'autogol Azzurro.

Il pressing italiano inizia fin da subito, con una prima occasione al sesto minuto, sui piedi di Marchisio, non sfruttata dal centrocampista bianconero. L'Italia comunque attacca, trovando belle triangolazioni tra Immobile, Zaza e Florenzi, ma la difesa delle maglie rosse regge bene, annullando il gioco sulle fasce e limitando fortemente i due attaccanti.

Il gol del vantaggio, infatti, non arriva da un attaccante, ma da un difensore: dopo i tentativi di Bonucci e Ranocchia, entrambi di testa ed entrambi fallimentari, sarà Chiellini a sbloccare il risultato al 44', complice un corner di Pirlo ed una brutta uscita del portiere Agayev.

La ripresa quindi si riapre con il vantaggio Azzurro, e il gol sembra aver dato la carica giusta alla squadra, che inizia a scuotere la difesa avversaria con uno Zaza che sembra indemoniato. Tutto inutile però, il ritmo alla lunga cala e l'Italia si accontenta di gestire. Peccato di presunzione punito al 76', alla prima (e unica) occasione azera: da un calcio d'angolo la palla giunge nell'area piccola, dove Chiellini, anticipando un avversario, la tocca e beffa Buffon, che non riesce a trattenerla.

A questo punto l'Italia inizia ad attaccare a testa bassa, lottando per evitare un pareggio che sa di beffa: a salvare la situazione ci pensa un entrante Giovinco e, di nuovo, Chiellini. L'attaccante juventino pennella infatti all'82' un cross preciso per la testa del difensore, che insacca per la terza volta.
La Nazionale tira un sospiro di sollievo, trovando anche un terzo gol con Immobile, giustamente annullato per un fallo in attacco.

Le "piccole" si dimostrano quindi ancora il tallone d'Achille di un'Italia che, tuttavia, stasera ha mantenuto la mente lucida e ha saputo reagire al gol del pareggio: evento, questo, che è da un po' che non eravamo abituati a vedere.


IL MIGLIORE: Chiellini questa sera fa tutto da solo. Segna, regala un autogol agli avversari e chiude poi il conto. Una serata più da attaccante che da difensore.


IL TABELLINO

- ITALIA (3-5-2):
Buffon, Ranocchia, Bonucci, Chiellini; Darmian (dall’80’ Candreva), Florenzi (dal 77’ Giovinco), Pirlo (dal 73’ Aquilani), Marchisio, De Sciglio; Zaza, Immobile. All. Conte.

- AZERBAIGIAN (4-4-2) - Agayev, Allahverdiyev, Sadygov, Amirguliyev, Qırtımov 5,5 (dal 46’ Ramaldanov), Qarayev, Guseynov (dall’85’ Nadirov), Nazarov 6,5, Abdullayev; Dadasov 6 (dal 59’ Hüseynov), Aliyev. All. Vogts.

ARBITRO: Hüseyin Göçek.

GOL: Chiellini 44', 76' (aut.), 82' (I).

AMMONITI: Dadashov 12' (A), Pirlo 33' (I), Sadygov 84' (A), Zaza 86' (I).

giovedì 9 ottobre 2014

Merci Monsieur Andy Schleck, il lussemburghese volante


La famiglia Schleck con Andy (a sinistra), Johny (al centro) e Frank (a destra)

Toccare il cielo con un dito e poi scendere all’inferno. Così si potrebbe riassumere la triste parabola discendente di Andy Schleck, molto probabilmente lo scalatore più talentuoso degli ultimi anni, uno degli pochi ciclisti con le sue caratteristiche, spiccatamente montagnole, ad imporsi in una grande corsa a tappe. Oggi, in una conferenza stampa nel suo Lussemburgo, ha annunciato l’addio alle corse. Troppo grave il terribile infortunio al ginocchio destro, troppo difficile riuscire a riprendersi. Lui stesso ha ammesso che i legamenti, lesionati a luglio, sono guariti bene ma la cartilagine non ha mostrato i progressi sperati per poter tornare al ciclismo agonistico, a scalare rapidissimo le salite. Una grande perdita, per via delle sue potenzialità e del suo talento, per tutto il movimento ciclistico internazionale.
Andy Schleck all'attacco nella vittoriosa Liegi del 2009

Il lussemburghese (classe 1985) è il terzo figlio di Johny Schleck, anche lui ciclista, negli anni ’60 -’70. Era gregario di Luis Ocaña. Ha avuto tre figli. Gli ultimi due, Frank ed Andy, hanno scelto di seguire le orme paterne diventando professionisti. I fratelli Schleck da sempre sono stati famosi per la loro grande unione ed il loro grande affiatamento, quasi maniacale, che in alcuni casi è risultato penalizzante per entrambi. Andy si è affacciato nel mondo dei grandi nel 2005, entrando nella stessa squadra del fratello maggiore Frank, la CSC, di Bjarne Riise. In quel periodo, non c’era spazio per il piccolo Schleck, il protagonista era Ivan Basso, secondo al Tour de France 2005, dietro a Lance Armstrong, e poi trionfatore al Giro d’Italia 2006. Tuttavia prima del Tour de France 2006 è esploso un nuovo terribile scandalo doping: l’Operacion Puerto. Tutti i grandi ciclisti dell’epoca sono stati investiti dalla bufera. Anche Ivan Basso è finito nella rete, lasciando la CSC senza un leader. La rivelazione al Giro d’Italia 2007. Nella tappa con arrivo a Genova, alla Madonna della Guardia, Andy mostrava subito di essere un talento particolarmente interessante, giungendo alle spalle di Di Luca. Altra prestazione maiuscola, il terzo posto sul leggendario Zoncolan, dietro a Simoni e Piepoli, staccando comunque tutti gli altri favoriti. A Milano era secondo in classifica e miglior giovane del Giro. Il tutto a 21 anni. L’anno dopo, la prima volta al Tour de France, che diventerà la sua corsa prediletta. Una crisi sui Pirenei gli ha impedito di far classifica ma, ancora una volta, ha ben figurato, risultando anche decisivo come gregario per il successo finale di Carlos Sastre. Nella prova in linea dei Giochi Olimpici di Pechino ha dato spettacolo, con una serie di attacchi che hanno scremato il gruppo, chiudendo quinto nel finale. Nel 2009 il primo grande acuto, ovviamente col botto: la Liegi-Bastogne-Liegi. A 42 km dal traguardo il primo scatto, che ha fatto il vuoto nel gruppo dei favoriti; quindi sulla Côte de la Roche-aux-Faucons, dopo aver ripreso il fuggitivo Philippe Gilbert, l’allungo micidiale, a 19 km dalla conclusione. L’arrivo in parata, con 1'17" di margine sul secondo classificato, Joaquim Rodríguez, e con 1'24" sul resto del gruppo, non lasciava dubbi: era nata una stella. Al Tour de France, ha confermato la sua crescita, insufficiente tuttavia per battere un Alberto Contador formato super. Ancora una volta Andy è stato maglia bianca, bissando quella ottenuta l’anno precedente sulle strade francesi e chiudendo secondo dietro allo spagnolo e davanti a Wiggins.

L’anno successivo il più giovane degli Schleck ha mostrato di essere alla pari con Contador, dando avvio ad una grande ed intensa rivalità al Tour. Nell’ottava tappa, con traguardo ad Avoriaz, è arrivata la prima vittoria di tappa nella grande corsa a tappe francese: attacco all’ultimo chilometro insieme a Samuel Sanchez e volata vincente. Nella tappa successiva, complice l’infortunio di Cadel Evans, ha conquistato la maglia gialla, il sogno d’infanzia. Il resto del Tour sarebbe trascorso nel segno della rivalità con Alberto Contador. Un duello condotto con grande rispetto reciproco, fino al casus belli: sul Porte de Balés, Andy ha attaccato ma, mentre allungava, saltava la catena, favorendo lo spagnolo che rilanciava l’andatura e sfilava la maglia gialla al lussemburghese. E subito le polemiche: Contador, avrebbe visto il rivale in difficoltà e, anziché aspettarlo, avrebbe sferrato il suo attacco. Sicuramente non un grande esempio di fair play… Andy ha tentato in tutti i modi di riprendersi la leadership ma, nonostante una vittoria sul Tourmalet ed un’ottima prova a cronometro, ha dovuto arrendersi a Contador, accontentandosi di un secondo posto. Ma la rivalità non si sarebbe esaurita lì: la positività dello spagnolo avrebbe rimesso in discussione il suo primato, fino all’assegnazione della vittoria, nel 2012, a tavolino, ad Andy.

Andy Schleck contro Alberto Contador al Tour de France 2010, l'apice della loro rivalità: si concluderà con la vittoria a tavolino del figlio d'arte per la squalifica per doping del madrileno

Nel 2011 Schleck ha tentato di conquistare ancora il Tour, ormai una grande ossessione, ma con una nuova squadra: la Leopard Trek. La corsa francese ha preso una piega inaspettata, con tante cadute e vari outsiders a giocarsi il podio. Sui Pirenei i due fratelli hanno dato saggio delle loro capacità in salita, anche senza conquistare vittorie di tappa. Una giornata storta sulle Alpi ha fatto perdere terreno ai due fratelli Schleck. Ma nella tappa regina, con Izoard e Galibier, l’impresa. A 60 km dal traguardo, sul terribile Izoard, è scattato Andy facendo il vuoto; quindi discesa spericolata e nuovo attacco sulle prime rampe del Galibier. Il gruppo ha accusato un ritardo superiore ai 4 minuti, senza accordo tra i grandi favoriti. Schleck è riuscito così a gestire il margine accumulato, arrivando da solo, in trionfo, in cima alla leggendaria salita. A poco più di 2 minuti il fratello Frank, Evans , Basso e la maglia gialla, Voekler, con Contador (che aveva rimpiazzato i due fratelli lussemburghesi)  in crisi nerissima. Il punto più alto della sua carriera, un’impresa d’altri tempi, l’ingresso nella leggenda, tra le salite dei grandissimi. Andy Schleck come Fausto Coppi, alla maniera di Marco Pantani, implacabile come Eddy Merckx. Il giorno dopo la conquista della maglia gialla in cima all’Alpe d’Huez. Tutto come in una favola. Ed invece sarebbero arrivate le delusioni…

Il trionfo sul Galibier

Nella cronometro decisiva del Tour 2011, i due Schleck, primo e secondo nella classifica, cedevano di fronte alla prova maiuscola di Cadel Evans. Maglia gialla a Parigi per l’australiano, secondo e terzo i due fratelli (prima volta nella storia). Poi nel 2012 l’approdo nel team Trek dell’ex manager di Armstrong, Johan Bruyneel. Un rapporto mai nato, un’antipatia reciproca mal celata. Ed i risultati inevitabilmente non sono mai arrivati. Inoltre Andy ha iniziato ad adagiarsi sempre di più, scegliendo anche di non rinunciare più di tanto ai piaceri della vita. Frequenti sono state le voci che lo volevano più presente in discoteca ed alle feste che in bici ad allenarsi. Così Schleck si è presentato al Criterium du Dauphiné alla ricerca della forma migliore, in vista del Tour. Ma nel corso della prova a cronometro una brutta caduta (con conseguente frattura del bacino) ha messo fine alla sua rincorsa alla Grande Boucle e ha dato inizio ad un lungo calvario. Prima un lunghissimo recupero, quindi un 2013 trascorso più nella coda del gruppo che nelle posizione a cui era abituato. E poi la voglia di correre, sempre minore col trascorrere del tempo. Fino al terribile infortunio al Tour di quest’anno, che ha interrotto in maniera definitiva il volo del campione. Oggi le lacrime nel momento dell’annuncio del ritiro. Mancherà a tutto il ciclismo non assistere più alle sue accelerazioni, ai suoi colpi di genio. Ai numeri di un giovane ragazzo di 29 anni, che in un giorno di luglio è entrato nella storia del Tour de France e del ciclismo.