lunedì 29 settembre 2014

Mondiale di ciclismo a Ponferrada: favola Kwiatkowski


Il podio di Ponferrada 2014: Simon Gerrans (a sinistra), Michal Kwiatkowski (al centro) e Alejandro Valverde (a destra)
Da qualche parte doveva essere scritto che questo sarebbe stato l’anno della Polonia. Lo è stato per la pallavolo, con la storica vittoria nel mondiale di casa. Lo è stato anche per il ciclismo, con il gran numero di Michal Kwiatkowski nella gara iridata sul circuito spagnolo di Ponferrada.
Michal Kwiatkowski vince il campionato del mondo

 Nonostante le due rampe, non c’è stata una grande selezione ed il gruppo è rimasto compatto, a differenza del mondiale 2013 di Firenze. Tante sono state le fughe e all’ultimissimo giro, mentre si concludeva il penultimo strappo ed iniziava la discesa, col gruppo che si ricompattava dopo l’ennesimo tentativo di evasione fallito, è scattato in contropiede il giovane polacco. Una rasoiata per costruire un piccolo margine e poi una sorta di cronometro di quasi 7 chilometri per gestire quanto guadagnato. Dietro di lui, inizialmente le squadre con i favoriti si sono marcate attendendo l’ultima rampa. Poi, quando è apparso chiaro che il tentativo di Kwiatkowski non era così velleitario, si è scatenata la bagarre: attacco di Purìto Rodrìguez,  per tirare il capitano iberico Alejandro Valverde, imitato dal belga Greg Van Avermaet, sempre per fare da avanscoperta al compagno Philippe Gilbert, e dall’australiano Simon Gerrans. Nibali non è riuscito ad inserirsi e gli altri azzurri in gara non hanno colto l’attimo. Così davanti Kwiatkowski proseguiva la sua fuga in discesa, inseguito vanamente dal gruppetto di inseguitori e dal resto del gruppo. All’inizio dell’ultimo chilometro, Valverde ha avuto un ultimo sussulto, quasi un tentativo estremo di vincere questo mondiale corso in casa e preparato in maniera maniacale, ma è stato riassorbito dal gruppo degli inseguitori e ha dovuto inchinarsi a Gerrans nella volata per l’argento. Mentre il mondiale prendeva la via della Polonia, grazie a Michal Kwiatkowski. Non era certamente tra i favoriti, ma non è nemmeno un successo casuale. Questo ragazzo ha i numeri da campione, anche se per ora è ancora acerbo per poter far classifica in un grande giro, come si è potuto constatare quest’anno al Tour de France, con la crisi sulle salite. Tuttavia ha già in bacheca una classica come quella delle Strade Bianche, oltre ad altri successi di tappa. E poi questo successo lo rilancia in patria, dove ultimamente si stravede per il connazionale Rafal Majka, autore di una stagione superlativa. Vanno fatti i complimenti anche alla nazionale polacca che ha saputo controllare la corsa con intelligenza, cercando di non strafare e di mantenere lucidità.
La Spagna padrona di casa, flop del campionato

Chi finisce tra i rimpianti è indubbiamente la Spagna. Una potenza ciclistica con tantissimi protagonisti della scena internazionale incapace di conquistare la vittoria più importante. Dopo l’acuto di Samuel Sanchez ai Giochi Olimpici di Pechino nel 2008, sono arrivate solo sconfitte clamorose come l’assurda marcatura a oltranza su Paolo Bettini, lasciando strada libera a Alessandro Ballan o, caso ancora più eclatante, come nell’ultimo mondiale quando, in superiorità numerica nel finale, riuscirono a far vincere il portoghese Rui Costa. Una nazionale forse anche divisa da antagonismi interni e, probabilmente, con ciclisti più adatti a grandi corse a tappe che a gare di un solo giorno. Sicuramente questa è stata forse l’ultima occasione per Alejandro Valverde. Un ciclista che ha vinto tanto (anche una Vuelta nel 2009), ma ha sempre fallito i grandi obiettivi, come il mondiale o il Tour de France. In particolare la maglia iridata, vera ossessione in questi ultimi anni, è stata sfiorata in due occasioni ma nel momento decisivo, per insicurezza o, al contrario, per eccessiva confidenza, non è riuscito a fare la differenza. Forse anche per il suo modo di correre, in certi momenti eccessivamente prudente (non ha molti amici in gruppo per il vizio di non esporsi più di tanto in prima persona e di attaccare solo nel finale). Ora per l’età non più giovane, il rischio di finire la carriera senza l’iride è davvero concreto.
Davide Cassani al primo mondiale da CT della nazionale italiana

Buona la prova degli azzurri. Il nuovo CT, Davide Cassani, aveva promesso un’Italia protagonista ed artefice di un caos razionale. In effetti l’Italia è stata protagonista in tutte le fughe con i vari Aru, Visconti, Caruso e De Marchi, cercando di creare problemi alle altre nazionali. Il vero problema nel finale è stata l’assenza di un finalizzatore del lavoro della squadra. Nibali è rimasto coinvolto in una caduta e nel finale non è riuscito a graffiare. Un vero peccato per lo Squalo, ancora una volta frenato da un incidente e dalla paura, come già accaduto a Firenze un anno fa. Sonny Colbrelli, scelto per una possibile volata finale, si è trovato imbottigliato nel gruppo e non ha colto l’attimo. Sicuramente un piacevole passo avanti nell’interpretazione della gara. Peccato per la mancanza di risultati importanti, ormai risalente al ciclo di Ballerini.

Chiusura con uno dei protagonisti indiscussi del ciclismo di questi ultimi anni, Cadel Evans. Il guerriero australiano, celebre per la sua grinta e determinazione, ha annunciato il ritiro dalle competizioni al Tour Down Under, previsto per l’inizio del 2015, nella terra nativa. Questo quindi è stato l’ultimo mondiale per lui che, nel 2009, sulle strade di Mendrisio, con uno scatto all’ultimo giro, ha conquistato la maglia iridata. Uno dei tanti trionfi di un grande campione. Ha corso in aiuto alla squadra, come uno qualsiasi. Il podio di Gerrans (uno che comunque ha sempre avuto un ottimo fiuto per le grandi corse, come ad esempio per la Milano-Sanremo) è anche merito di questo vecchietto terribile.
Cadel Evans, grande campione e protagonista del ciclismo degli ultimi anni, ha annunciato il ritiro dalle competizioni

Serie A: ruggito Roma, Hellas Verona piegato


Alessandro Florenzi, ancora protagonista della Roma di Garcia



Roma e Juventus, Juventus e Roma. Un binomio per ora indissolubile, con due squadre che viaggiano a punteggio pieno, dando l’impressione di fare un altro sport rispetto agli altri team del campionato. La Roma ha avuto diversi grattacapi contro l’Hellas Verona del tecnico Mandorlini. Partita controllata dai giallorossi, padroni di casa, in un Olimpico in delirio per il capitano Francesco Totti, titolare fin dall’inizio. La Roma si affida ai guantoni di Morgan De Sanctis, alla compattezza di Yanga-Mbiwa e Manolas (centrali), di Maicon e Cole (terzini), ai centrocampisti Pjanic, Keita e Nainggolan e all’attacco con, oltre al già nominato Totti, anche Mattia Destro e Adem Ljajic. Mandorlini risponde schierando Gollini tra i pali, Sorensen e Marques (al centro), Moras, Brivio (esterni) in difesa, Obbadi, Tachtsidis (ex romanista) e Ionita a centrocampo, con attacco a tre, formato da Gomez, Nenè, Jankovic. In panchina un altro ex romanista, Luca Toni. Arbitra Carmine Russo di Nola, che non evoca piacevoli ricordi nei precedenti giallorossi.
Andrea Mandorlini, tecnico degli scaligeri, ha tentato il colpaccio all'Olimpico

La Roma fa la partita, costringendo il Verona a difendersi e a cercare la via del gol attraverso contropiedi difficili. Tuttavia il primo tempo è piacevole, con entrambe le squadre che si affrontano a viso aperto. Destro, Totti e Ljajic sfiorano il gol ma anche l’Hellas va vicino al colpaccio con Nenè e Juanito Gomez. De Sanctis e Gollini non devono compiere interventi particolarmente difficili. Le difese tutto sommato reggono bene e col tempo le due squadre si contraggono. Il secondo tempo è più di marca giallorossa: i padroni di casa schiacciano nella loro metà campo gli scaligeri, incapaci di replicare con efficacia e pericolosi solo in poche occasioni. La Roma inizia un lungo assedio ma il Verona ha il merito di reggere, con grande sacrificio ed ordine, a tutte le incursioni avversarie. La partita è sembrata indirizzarsi verso un pareggio importante per il Verona e pericoloso per la Roma. Invece ecco la svolta: fuori Totti e dentro Florenzi. Proprio il ragazzo romano appena entrato raccoglie una palla contesa da Nainggolan e Tachtsidis e calcia di prima intenzione. È una rasoiata imprendibile per Gollini ed il gol che spacca la partita (75’). Il Verona non riesce a scuotersi mentre l’Olimpico carica i giallorossi, vicinissimi al gol con Destro e Florenzi, che centra la traversa, dopo una percussione devastante del neoentrato Gervinho (al posto di Ljajic). Minuto 86, arriva il gioiello che fa esplodere il popolo romanista: De Sanctis rinvia, palla che arriva a centrocampo dove Destro stoppa e calcia direttamente in porta; Gollini è sorpreso ma la palla si insacca sotto l’incrocio dei pali. Un gol pazzesco, incredibile. È la perla che chiude definitivamente il match e rilancia la Roma verso due impegni importantissimi: la sfida di Champions League contro il Manchester City e l’incontro a Torino contro la Juventus di Allegri. Resterà da vedere come si gestirà la rosa, visti gli infortuni che hanno riempito l'infermeria. Al Verona resta comunque la soddisfazione per essere riuscito a reggere bene l’urto contro la banda giallorossa. E la classifica può ancora sorridere.
Mattia Destro ha siglato un gol pazzesco da oltre 40m.
 

domenica 28 settembre 2014

MotoGp: Lorenzo vince la lotteria di Aragon


È proprio vero che tutto può cambiare in un secondo. Addirittura può succedere che da un giorno all’altro il mondo si capovolga, con le Honda, regine incontrastate del sabato, crollate nella gara. Un gara iniziata con la pista asciutta, dopo una mattinata di pioggia e nebbia ad Aragon. Pole per Marc Marquez, davanti al compagno di squadra Dani Pedrosa. Le Yamaha in sesta e settima posizione, rispettivamente con Valentino Rossi e Jorge Lorenzo. Partenza super per Lorenzo, Marquez, Pedrosa e Rossi, avanti ad imporre il ritmo. Inaugura la serie di cadute in gara, Andrea Iannone, partito dalla terza posizione e scivolato dopo soli due passaggi. Altre due tornate e tocca a Rossi: tenta di affiancare all’esterno Pedrosa in staccata ma arriva lungo, finisce sull’erba sintetica, perdendo il controllo della M1. Brutta botta, gara finita ed un trauma cranico come spiacevole ricordo. Gli altri big però non hanno mai smesso di scannarsi. Inizialmente Lorenzo pareva averne più degli altri, poi le due Honda sono tornate a dettare legge, con Marquez e Pedrosa impegnati in una serie di sorpassi e controsorpassi. Ma proprio quando i due hondisti sembravano avviarsi verso una doppietta incredibile ecco il colpo di scena: la pioggia. Il circuito tuttavia non si è bagnato in maniera omogenea. I primi segnali si sono avuti dai tempi dei primi in calo. Ed Andrea Dovizioso, in rimonta sul terzo in classifica, Lorenzo, è scivolato via sulla pista sempre più insidiosa. La svolta definitiva è arrivata negli ultimi sei giri: Lorenzo, ormai staccato dai primi due, è rientrato ai box, prendendo la moto con l’assetto da bagnato. A quattro giri dalla fine il secondo colpo di scena di giornata: Pedrosa, secondo ed all’inseguimento di Marquez, è scivolato all’ingresso della prima curva. Un segnale chiaro che le gomme da asciutto non erano più in condizione. Marquez ha tentato l’impresa d’altri tempi, forse anche per via della scomoda posizione che non gli permetteva di agire in modo molto diverso, nel discorso per la vittoria. Tuttavia al giro successivo è toccato al numero 93 scivolare e buttare via la vittoria stagionale numero 12. Un giro per rientrare e pit stop per il cambio moto. Alla fine un tredicesimo posto, davanti a Pedrosa, anche lui ripartito dopo la caduta. Dopo tutti questi colpi di scena ha vinto Jorge Lorenzo, interrompendo un lungo digiuno, con l’ultima vittoria risalente al 9 novembre 2013, quando dovette abdicare a favore di Marquez. Oggi invece la dea bendata ha guardato dalla sua parte ma va detto che Jorge si è meritato questo successo: dopo un avvio di stagione disastroso, ha lavorato bene anche sulle proprie paure e sui propri limiti, tornando al top. Peccato che questa vittoria, unita ad una sequenza di quattro secondi posti ed un terzo nelle ultime 5 gare, sia arrivata troppo tardi, con un mondiale ormai chiuso.



Jorge Lorenzo ha vinto il Gran Premio di Aragona, cinquantatreesima vittoria in carriera

Infatti nei piani alti la classifica non ha subìto scossoni ed anzi, Marquez, pur in una giornata no, ha guadagnato punti nei confronti dei diretti inseguitori. Ora i punti di vantaggio sono 75 su Pedrosa e 78 su Rossi, con 100 ancora da assegnare. Un margine di tutta sicurezza. Forse avrebbe potuto far festa anche prima, se non avesse osato troppo in queste ultime due gare, in cui ha racimolato solo 4 punti. Certo non si può parlare di crisi, visto il margine ancora enorme e la discontinuità degli avversari. Però Marc deve imparare a gestirsi meglio in determinate situazioni e a non rischiare troppo. Va anche detto che a vent’anni la voglia di vincere e di strafare è tanta ed anche altri campionissimi, da giovani, hanno sbagliato molto. Come ha ammesso lui stesso, quella di oggi può essere ugualmente una lezione preziosissima, in termini di malizia e furbizia, da aggiungere al bagaglio di conoscenze.

Certo è che i suoi azzardi restano impensabili per gli altri. Rossi ha accusato una battuta a vuoto ma ha dato l’impressione di faticare per tutto il week end. Pedrosa invece avrebbe potuto tentare un azzardo diverso da quello del compagno di squadra (che comunque, trovandosi per primo, non poteva controllare le scelte degli altri): forse avrebbe potuto anticipare il rientro e giocarsi tutto negli ultimi giri. Invece ha mostrato un po’ di insicurezza nel tentare di marcare disperatamente Marquez. Ora la si è accesa ulteriormente la corsa per il secondo posto nel mondiale. Ci sarà da divertirsi, anche perché Marquez avrà fretta e voglia di cancellare le ultime delusioni e di chiudere definitivamente il discorso mondiale.

Nella giornata della caduta degli dei, grandi protagonisti sono stati anche il secondo classificato Aleix Espargaro, su Art ed il terzo piazzato, Cal Crutchlow, su Ducati. Risultati incredibili per entrambi ma con due sapori diversi: Aleix ha mostrato più di una volta di essere davvero forte e grintoso ma oggi si è tolto la soddisfazione del primissimo podio nella top class. Con una moto decisamente poco competitiva. In Suzuki non potranno che essere felici per il neoacquisto… Cal invece si è preso una bella rivincita dopo una stagione a dir poco deludente. In tanti lo davano per finito, gli infortuni non gli hanno dato tregua. È stato un periodo difficile ma l’inglese sembra esserne uscito bene. Oggi senz’altro i guai altrui lo hanno favorito ma gli va dato merito di essere stato nel posto giusto al momento giusto, in questa pazza lotteria.

Serie A: pagelle Atalanta - Juventus 0 - 3

ATALANTA

SPORTIELLO
: 5. Bene nel primo tempo, dove fa qualche parata interessante. Il primo gol è più colpa della difesa, che lascia libero Tevez, che sua. Meno bene sul secondo gol, dove si fa piegare le mani dall'argentino.

ZAPPACOSTA: 5,5. In avanti fa bene, guidando diverse incursioni dei suoi. Maluccio in difesa: sul primo gol si lascia sfuggire Carlitos.

BIAVA: 5. Tenta di frenare la coppia d'attacco bianconera: riesce a limitare Llorente, ma Tevez non lo prende mai.

BENALOUANE: 6. Frena bene diversi assalti della Juve, ma a volte esagera coi suoi interventi, venendo infine punito con un giallo.

DRAMÈ: 6. Condivide con i compagni la colpa sul primo gol, ma tra i suoi è uno dei migliori.

GOMEZ: 5. Come il suo omonimo della Fiorentina, sembra la controfigura di sè stesso. Poco propositivo, e quando lo fa, lo fa male. (Dal 76' ROLANDO BIANCHI: s.v.. Entra a partita praticamente chiusa).

CARMONA: 6. Corre tanto e si propone più volte, subendo però la superiorità tecnica degli avversari.

BASELLI: 5,5. Molto bene a inizio gara, quando arriva anche al tiro. Col passare del tempo viene però annullato da Pogba. (Dal 64' CIGARINI: 6. Prova a limitare i danni degli orobici, facendo comunque meglio di Baselli).

ESTIGARRIBIA: 5,5. Ha una buona palla al 24', ma la spreca malamente. Sparisce con l'andare della partita, costringendo Colantuono al cambio. (Dal 49' MOLINA: 6,5. Sicuramente il migliore dei suoi: appena entrato si procura un rigore e successivamente va anche al tiro).

BOAKYE: 6. Benissimo su Marchisio, riuscendo a limitare enormemente il regista bianconero. Meno bene in avanti.

DENIS: 5. Ha sui piedi la palla del pareggio, e invece un minuto dopo la sua squadra si trova sotto di due gol. Manca il guizzo vincente.

COLANTUONO: 6. Quantomeno è stata la squadra che, finora, ha affrontato meglio la Juventus, senza timori reverenziali. La terza sconfitta di fila però inizia a far sentire il suo peso.


JUVENTUS

BUFFON
: 7,5. Viene infastidito più volte rispetto alle gare precedenti, ma non è costretto a grandi parate fino al rigore in avvio di ripresa. Le uniche porte inviolate tra i grandi club europei sono la sua e quella del Barça.

OGBONNA: 7. Sembra rinato quest'anno, guidando più che bene la retroguardia bianconera. Continua il suo momento positivo, facendo rimpiangere il meno possibile Caceres e Barzagli.

BONUCCI: 6. Normale amministrazione per il centrale juventino.

CHIELLINI: 5,5. Mezzo voto in meno solo per il rigore: il fallo è dubbio, ma l'intervento è nettamente in ritardo. Per il resto, l'Atalanta non lo supera mai.

LICHTSTEINER: 6,5. Sulla fascia destra è imprendibile: mette tanta corsa, come al solito, e serve l'assist che sblocca la partita. Contratto da rinnovare al più presto, la Juve al momento non può fare a meno di lui.

VIDAL: 5,5. Non il miglior Vidal, è evidente che non ha ancora ritrovato la forma. Esce deluso quando Allegri decide di risparmiarlo per la Champions, ma ormai si sa che lui vorrebbe giocare sempre. (Dal 71' PEREYRA: 7. Entra e serve l'assist per Morata. Si conferma una bellissima sorpresa per i bianconeri, facendo bene il suo lavoro da vice Vidal).

MARCHISIO: 5,5. Gli orobici riescono a chiuderlo bene, rendendo praticamente nullo il suo apporto offensivo. Non una bellissima partita, ma più per merito degli avversari che per colpa sua.

POGBA: 6,5. A centrocampo sfoggia il suo solito repertorio di giocate di classe, sfuggendo senza troppa fatica ai contrasti avversari.

EVRA: 5,5. Continua a non convincere sulla fascia sinistra, dove Zappacosta ed Estigarribia riescono a limitarlo. Meglio nella ripresa, ma la sua fascia è nettamente più debole di quella controllata dallo svizzero.

TEVEZ: 8. L'uomo in più di una Juventus già di per sè micidiale. 85 minuti di puro talento offensivo: sblocca il risultato, dimenticato dalla difesa avversaria, e punisce l'Atalanta dopo il rigore fallito. Resta uno dei migliori colpi di mercato dei bianconeri degli ultimi anni. (Dall'85' COMAN: s.v.. Con quello che ha mostrato nella prima partita di Campionato, meriterebbe qualche minuto in più).

LLORENTE: 6. Continua a restare a secco di gol, anche se ci prova più volte, ma il primo gol nasce da una sua iniziativa. Resta fondamentale, con il suo fisico, là avanti. (Dal 67' MORATA: 6,5. Dimostra nuovamente la sua fame di gol, realizzando un gol "alla Llorente" che chiude la gara. Da rivedere però: troppo lezioso, a tratti irritante, perdendo ingenuamente palla troppo spesso).

ALLEGRI: 8. Nonostante il suo impegno in Champions, capisce che l'Atalanta è un avversario ostico e propone la squadra titolare. Vedremo tra qualche giorno quanto questo inciderà sulla forma dei suoi, ma per ora i risultati danno ragione all'allenatore che "perde sempre le prime gare". E intanto continua ad allungare il primo record della sua Juve.

Serie A: sintesi Atalanta - Juventus 0 - 3

Cinque vittore, 10 gol fatti, 0 subiti. Questi sono i numeri di una Juventus sempre più incredibile, guidata da un allenatore che "le prime partite non le vince mai". E intanto allunga il record italiano di partite iniziali vinte senza subire reti. Nemmeno un rigore contro riesce a violare la porta di Buffon, uomo decisivo della serata insieme a Carlitos.

La Juve, come mostrato nelle precedenti gare, preferisce una partita più tattica e ragionata piuttosto che assaltare fin dal fischio di inizio, lasciando ai padroni di casa il controllo del match in apertura e impegnando un paio di volte Buffon (cosa praticamente mai successa finora).
Partita quindi molto combattuta all'inizio, ma i bianconeri piano piano salgono in cattedra, con un Ogbonna in grande spolvero e il solito Tevez, che non ci sta a subire il gioco della Dea e spara missili contro Sportiello. È inevitabile, quindi, il suo gol: Llorente, sempre meno goleador, sempre più smistatore di palloni, mette in movimento Lichtsteiner, che sulla destra entra in area. Sportiello esce, ma il pallone passa e rotola placido nell'area piccola, permettendo a Carlitos, incredibilmente lasciato libero, di appoggiarla in rete.

Dopo una gara controllata dagli orobici, alla Juve bastano una manciata di minuti di gioco per sbloccare il match. Il primo tempo si chiude con i bianconeri che cercano (e quasi trovano) il gol per chiudere la gara, con l'Atalanta che ora è meno arrembante.

Poco dopo il rientro dagli spogliatoi, Colantuono, non volendo darsi subito per vinto, inserisce un esterno offensivo, Molina, che ricompensa subito il suo allenatore procurandosi un rigore su un'entrata in ritardo del solito Chiellini. Potrebbe essere 1-1, e invece no: Denis calcia malissimo e Buffon para bene.
Oltre al danno, la beffa, perché i bianconeri cercano ora rabbiosamente vendetta e, sul ribaltamento di fronte, Tevez fa partire un destro da fuori: Sportiello para malissimo, toccando ma facendosi piegare la mano, ed è doppietta per l'argentino.

Ormai è quasi esclusivamente Juve-show, anche perché Colantuono, furioso coi suoi, si fa espellere al 70'. Dopo qualche timido tentativo dell'Atalanta di accorciare le distanze, soprattutto con Molina, ecco che arriva la chiusura definitiva del match: da un cross del sempre più interessante Pereyra, Morata, subentrato a Llorente, insacca di testa, trovando la prima rete italiana.

La Juve risponde quindi alla vittoria della Roma sul Verona, e settimana prossima è già tempo di "derby del vertice": con ruolini di marcia del genere, ci si aspetta un grandissima partita dal risultato impossibile da prevedere.


IL MIGLIORE: ormai si è ripetitivi, ma non si può che dare la palma di miglior in campo a Tevez, che prima sblocca la partita e poi ribalta la situazione dopo il rigore sbagliato da Denis. Senza contare l'infinità di tiri e giocate: sempre più uomo chiave in questa Juventus.



IL TABELLINO

- ATALANTA (4-4-2):
Sportiello; Zappacosta, Biava, Benalouane, Dramé; Gomez (dal 76' Bianchi), Carmona, Baselli (dal 64' Cigarini), Estigarribia (dal 49' Molina); Boakye, Denis. Allenatore: Colantuono.

- JUVENTUS (3-5-2): Buffon; Ogbonna, Bonucci, Chiellini; Lichtsteiner, Vidal (dal 71' Pereyra), Marchisio, Pogba, Evra; Tevez (85' Coman), Llorente (dal 67' Morata). Allenatore: Allegri.

ARBITRO: Daniele Orsato.

GOL: Tevez 35', 60') (J), Morata 84' (J).

AMMONITI: Benalouane 21' (A), Marchisio 30' (J), Chiellini 58' (J), Molina 73' (A), Evra 74' (J).

ESPULSI: Colantuono 70' (allenatore Atalanta).

sabato 27 settembre 2014

Tanti auguri a Francesco Totti, l'ottavo re di Roma

 
Tanti auguri Francesco, "Capitano, mio Capitano" per il popolo romanista. Un simbolo per la parte della capitale che si riconosce nella squadra giallorossa. Un'icona indissolubile del calcio, italiano e mondiale, sia per gli ammiratori che per i detrattori. 38 anni (ma Garcia dice che lui ne sente molti meno...), una vita correndo dietro quel pallone, accarezzandolo e calciandolo, divertendoti e divertendo compagni e tifosi, regalando magie, autentiche perle per gli occhi degli spettatori di qualsiasi fede calcistica.
Hai iniziato a calcare quel bellissimo palcoscenico, l'Olimpico di Roma, come raccattapalle, osservando e studiando i migliori giocatori. Nella Roma in quel periodo c'era il grande Giannini, il Principe. Era destino che sarebbe arrivato qualcuno di più grande. Qualcuno che piangeva in un angolo, mentre la sua squadra del cuore perdeva la Coppa UEFA 1990/91, in casa contro l'Inter di Trapattoni. Il sogno del debutto tra i grandi è arrivato a 16 anni, il 28 marzo 1993, nei minuti finali della partita Brescia-Roma, con la benedizione di un maestro di calcio, Vujadin Boškov. Sarebbe stato l'inizio di una lunga carriera. La prima partita da titolare in campionato il 27 febbraio 1994, contro la Sampdoria. Quella Sampdoria contro cui la Roma perderà uno scudetto in maniera incredibile nel 2009/10. Ma anche quella del gol da favola, con quel sinistro al volo, su lancio di Marco Cassetti, potentissimo e precisissimo, chirurgico, a trafiggere da posizione defilata il portiere Berti. Una rete da fantascienza, per la quale tutti. compresi i doriani, non hanno potuto fare a meno di applaudirti.
 
Una foto nella prima stagione con la prima squadra della Roma
 
Ti ricordi del primo gol? Contro il Foggia il 4 settembre 1994, con un'altra sassata nell'angolino basso alla destra del portiere. Quell'anno un altro incontro che ti ha cambiato la vita, quello con Carlo Mazzone, l'allenatore un po' matto e particolare, che però ha un fiuto per i talenti. Dirà: " Questo ragazzo è un talento purissimo." Anni difficili ma di apprendistato, in cui hai imparato molto.
Ti ricordi del primo gol nel derby contro gli acerrimi rivali della Lazio? Una conclusione al volo (dopo percussione di Marco Delvecchio) di piatto velenosa, traditrice, a spiazzare un mostro sacro come Marchegiani e pareggiando il derby più pazzo di sempre, con la rimonta giallorossa da 1-3 a 3-3, pur avendo un uomo in meno. La corsa sotto la Sud e l'abbraccio con un altro maestro importante: Zdenek Zeman. Il primo a cercare di affinare, con il duro lavoro, un talento cristallino. Il primo a provarlo in una posizione inedita: l'esterno alto nel tridente d'attacco. E come scordare poi quella rete a fissare il risultato sul 3-1, nel derby di ritorno, con tanto di maglietta irridente verso i laziali: "vi ho purgato ancora" recitava la scritta. Poi l'addio con Zdenek e l'arrivo di Fabio Capello, con cui hai imparato ad essere un vincente completo, oltre che trequartista dalla grande fantasia.
Hai ancora la pelle d'oca quando ripensi al 17 giugno 2001? Roma-Parma, Olimpico tutto esaurito, lo scudetto in bilico tra i giallorossi e la Juventus. I bianconeri sono andati avanti con Del Piero ma sei stato tu a mettere la parola fine alle speranze dei rivali: Candela sfonda sulla fascia, cross basso al centro dell'area ed ecco la conclusione d'esterno che batte imparabilmente Buffon. Un gol che è valso lo scudetto storico. Quello dei 75 punti (mai nessuno aveva realizzato tanti punti in 17 partite).
 
 
Il gol scudetto contro il Parma: il 17 giugno 2001 la Roma è campione d'Italia
 
E che dire del tuo marchio di fabbrica, il cucchiaio? La prima volta, a livello internazionale, è stata scioccante, con quel rigore nella semifinale dell'Europeo del 2000, ad Amsterdam, contro il gigante Van der Sar. Un colpo di genio che ha messo in ginocchio i nervi olandesi. Un gesto tecnico ripetuto negli anni. Come in quel derby trionfale del 10 marzo 2002, vinto per 5-1 sulla Lazio. Mancava il tuo sigillo ed ecco una progressione, una finta ed il pallonetto, su Angelo Peruzzi, uno dei più forti portieri al mondo. Molto simile al gol nella vittoria a San Siro contro l'Inter, del 26 ottobre 2005: percussione irresistibile, finta e poi cucchiaio a scavalcare Julio Cesar. Una pennellata del genio giallorosso.
 
 
Il cucchiaio contro Van der Sar all'Europeo del 2000
 
Già l'Inter, l'acerrima rivale per diverso tempo, che ha sempre ostacolato i sogni scudetto della Roma, fermando anche la serie di undici vittorie consecutive, record ritoccato poi dai nerazzurri l'anno successivo. Ed in quel periodo è arrivato un altro insegnante importante da cui imparare qualcosa di nuovo: Luciano Spalletti. Il mister toscano ha ideato il modulo 4-2-3-1 con il campione a fare da finto centravanti o regista avanzato, un attaccante atipico, capace di svariare, con licenza di colpire o di inventare per i compagni. E la Roma ha dato spettacolo per qualche anno tra Italia ed Europa. Ad esempio a Lione, dove proprio tu, il Capitano, hai sbloccato la gara con un colpo di testa, indirizzando la qualificazione verso Roma. Una serata incredibile. Una delle tante che in quel periodo ti hanno permesso di alzare al cielo due coppe Italia ed una Supercoppa Italiana, a fare il paio con quella del 2001, dopo la sbornia tricolore. Sempre sotto la gestione di Spalletti, ecco il titolo di capocannoniere con 26 centri (6 in più della stagione più prolifica,il 2003/04), con tanto di Scarpa d'Oro.Un periodo splendido a cui faranno seguito anni deludenti per la squadra, non per il Capitano. Questo è il bello: molti campioni non riescono a fare la differenza quando insieme a loro ci sono calciatori, tecnicamente, poco dotati, quando le cose non prendono la piega desiderata. Tu, caro Francesco, hai avuto questo merito: trascinare la squadra, i compagni, lo staff, in periodi negativi. Tanti sono gli esempi ed ognuno potrebbe metterci il suo preferito. Forse tra i più significativi si possono ricordare due partite emblematiche: il derby del 16 marzo 2011 e l'incontro contro la Juventus del 16 febbraio 2013. La prima era stata una partita nervosa e bloccata sullo 0-0 fino al settantesimo. Poi punizione dal limite e conclusione a beffare Muslera; infine il rigore  che è valso il 2-0. Il match contro la Juventus, invece, sembrava già segnato, con una Roma in crisi nerissima di risultati. Ma dal nulla è uscita dal cilindro la magia: una sassata che ha inchiodato Buffon e steso i bianconeri.
Hai saputo trascinare la squadra, ma la carriera quante volte ha rischiato di interrompersi? Prima in quel maledetto incontro con l'Empoli di inizio 2006, con l'orribile distorsione alla caviglia e la rincorsa miracolosa alla convocazione azzurra per i mondiali di Berlino, poi vinti, grazie anche una tua rete su rigore nel torneo. Poi quel drammatico infortunio contro il Livorno, con il crociato anteriore lesionato. Quindi il ritorno sui campi ma l'identica voglia di stupire ed incantare.
 
Con la coppa del mondo, dopo la vittoria ai mondiali del 2006
 
38 anni, 21 passati a sfornare capolavori. Elencarli tutti è impossibile, ognuno poi ha le sue preferenze ed è giusto così. Parlano i numeri: 235 reti e primo posto nella classifica delle reti segnate con la stessa squadra nel campionato italiano. Grazie ai 145 gol realizzati è il giocatore che ha segnato più reti nei campionati professionistici italiani, nel decennio dal 2001 al 2010. Con 710 gare e 290 reti complessive è il calciatore che in assoluto ha giocato più partite e ha segnato più gol con la maglia giallorossa. Inoltre è al secondo posto dei marcatori di tutti i tempi di Serie A, dietro a Piola. Un campione unico, uno dei pochi calciatori veramente completo. Un fenomeno da ammirare. Grazie di cuore ed ancora buon compleanno Totti Francesco, Capitano, mio Capitano.
 
 

giovedì 25 settembre 2014

Gollonzo time: il meglio della Serie A (IV giornata)


Miralem Pjanic dà i tre punti alla Roma

Turno infrasettimanale di Serie A pieno di reti e di sorprese. A Parma, la Roma disputa un buonissimo primo tempo e concretizza i propri sforzi con una splendida azione conclusa con una magia di Totti a smarcare Adem Ljajic, che infila il portiere Antonio Mirante con una conclusione sotto le gambe (27’). La Roma si limita a gestire il vantaggio e non riesce a chiudere, quando potrebbe, con Gervinho. Ed il Parma punisce gli ospiti: prima Cassano impegna severamente De Sanctis con una conclusione velenosa, poi De Ceglie anticipa Torosidis e pareggia (56’). Poi si gioca su un equilibrio instabile, con le due squadre impaurite. Solo qualche guizzo di Cassano per i padroni di casa ed una conclusione alta di Totti per i giallorossi. Al minuto 88 punizione dal limite per la Roma: Pjanic pennella una traiettoria fantastica sotto l’incrocio dei pali. È il gol partita. La Roma resta appaiata alla Juventus a quota 12.
La spettacolare acrobazia di Osvaldo porta in vantaggio l'Inter

Torna a sorridere anche l’Inter di Mazzarri. A San Siro, l’avversario di turno è l’Atalanta di Colantuono. Gli orobici cercano di frenare le accelerazioni nerazzurre e per buona parte del primo tempo sembrano riuscirci, costringendo i padroni di casa ad attaccare solo su palle inattive. Al minuto 25’, viene atterrato Icardi, che si infortuna e viene sostituito da Osvaldo. Punizione e trattenuta su Ranocchia. Rigore per l’Inter, pe ma Sportiello, portiere dell’Atalanta, para la conclusione di Palacio (30’). Passano altri dieci minuti e l’Inter si sblocca grazie alla conclusione in acrobazia di Osvaldo, abituato a siglare gol spettacolari, su cross di Guarin. L’Inter, nel secondo tempo, crea diverse occasioni ma non riesce a sfondare il fortino orobico. Palacio colpisce il palo, bissando quello centrato da Vidic al 15’ nel primo tempo. Gli sforzi nerazzurri vengono premiati all’87’ da Hernanes. Il Profeta infila sotto il sette una splendida punizione dal limite dell’area, con un mix di potenza e precisione. L’Inter torna al successo e si porta a quattro lunghezze dalle prime in classifica.

Al San Paolo si assiste ad un altro capitolo di questo avvio di stagione piuttosto stentato. I partenopei di Benitez affrontano un Palermo in buona forma. Dopo 11 minuti il Napoli è già avanti di due reti, grazie a Koulibaly (colpo di testa su calcio d’angolo di Callejon) e Zapata (gran conclusione al volo nel sette, su assist di Hamsik) e spreca parecchio, complici anche i miracoli di Sorrentino. Il Palermo però prima accorcia con Belotti (17’), lesto a realizzare su corner di Barreto, poi pareggia clamorosamente con Vazquez (24’), abile a spiazzare la difesa partenopea, dopo una percussione sulla fascia di Dybala . Il Napoli ha un sussulto e si riporta avanti grazie a Callejon (46’), che aggancia il cross di Gargano e infila Sorrentino. Nella ripresa, la squadra di Benitez ancora una volta potrebbe chiudere il discorso ma grazia la banda Iachini e allora il Palermo punisce con la rete di Belotti (62’), sempre su assist di Dybala. La partita di fatto si chiude lì. Napoli fischiato ed in evidente crisi. Lo scudetto ormai appare un miraggio.
Rafa Benitez, allenatore del Napoli, in crisi di risultati

La delusione ha anche il volto di Montella. La Fiorentina, orfana di Gomez, cerca di inventare un attacco competitivo con Joaquìn e Babacar. Il più pericoloso ovviamente resta Cuadrado. Il colombiano, con la sua velocità, mette sotto pressione la difesa del Sassuolo di Eusebio Di Francesco. L’assenza di una seconda punta come Rossi o di un panzer come Gomez si sente e la Fiorentina è costretta ad affidarsi alle giocate dei singoli. Cuadrado, al termine di una delle sue galoppate, centra il palo a Consigli battuto. Nella ripresa la Fiorentina continua a pressare, mentre il Sassuolo si difende con le unghie e con i denti, per ottenere un punto preziosissimo su un campo difficile. La Fiorentina avrebbe un’altra chance con Borja Valero, che aggancia il passaggio di Babacar e va al tiro ma la palla si stampa nuovamente sul palo. L’Artemio Franchi, incredulo, non deve rimandare la gioia per il gol. Rete che non arriverà nemmeno con la conclusione, finita alta sopra la traversa, di Cuadrado, al termine di una mischia in area. Fiorentina imprecisa e tanto sfortunata. E gli altri non stanno a guardare.

A Verona sfida tra due squadre in forma: il Verona ed il Genoa. Partita intensa, con continui ribaltamenti di fronte che esaltano i due portieri, Gollini nell’Hellas e Perin nel Genoa. I padroni di casa scaligeri sembrano in grado di gestire la partita ma ci pensa Alessandro Matri a sbloccare il risultato, con uno splendido colpo di testa che si insacca in rete dopo aver baciato il palo (34’). Il Verona cerca di reagire ma trova sulla sua strada un Perin strepitoso. Chi fa male è invece, ancora, Matri, che ruba palla a Marquez e trafigge Gollini (46’). Il Grifone pregusta il successo ma l’Hellas non si arrende e trova il gol con il greco Tachtsidis, grazie ad una staffilata dal limite dell’area che beffa Perin (52’). Il Genoa non riesce a chiudere la partita e il cuore gialloblu fa il resto: Toni fa l’assist man, per una volta, e Ionita, di testa, batte Perin. Finale con il Genoa all’attacco ma senza reti. Un punto a testa.

A Genova invece sorride la Sampdoria. Il Chievo appare decisamente contratto ed i padroni di casa non faticano ad imporre il loro ritmo, chiamando Bardi ad alcuni interventi, finché Gastaldello non sblocca il risultato al 45’. Nella ripresa il Chievo cerca il pari ma sbatte contro un ottimo Viviano, di ritorno dall’esperienza all’Arsenal. Dopo una serie di occasioni mancate da una parte e dall’altra, arriva il gol di Romagnoli, giovane difensore in prestito dalla Roma, che appoggia in rete di testa la palla servitagli da una perla di tacco di Stefano Okaka, sempre più decisivo (81’). A tempo scaduto Paloschi riesce a riaprire il match con una splendida conclusione da fuori area, ma il risultato non cambia. E nel week end è tempo di derby della Lanterna.

Al Torino va la sfida tra deluse contro il Cagliari di Zeman. La paura condiziona l’avvio di entrambe e allora, dopo 11 minuti,  ci pensa Padelli, portiere granata, che rinvia la palla sui piedi di Cossu. Il sardo dribbla il difensore e segna. Sembrerebbe tutto semplice per gli isolani ma sui calci piazzati le dormite sono una prassi e così prima Glik, al 21’, pareggia di testa su calcio d’angolo, poi Quagliarella sfrutta uno schema su punizione e batte per la seconda volta Cragno. Nella ripresa il Cagliari si butta all’attacco ma né Sau, né Ekdal riescono a concretizzare. Il Toro sfiora il terzo gol con El Kaddouri, che centra la traversa. Ventura torna a respirare, Zeman ha ancora tanto lavoro da fare con una squadra lontanissima dal progetto che il Boemo avrebbe in testa.
Zdenek Zeman, allenatore del Cagliari, ultimo in classifica

Nell'anticipo, giocato martedì, emozioni tra Empoli e Milan. L'avvio dei padroni di casa toscani è scoppiettante: al 14' corner di Valdifiori e gol di testa di Tonelli, lesto ad anticipare Bonera. Il Milan accusa il colpo e non riesce a scuotersi. Così arriva anche il gol del raddoppio per i toscani, con Pucciarelli che anticipa ancora Bonera, in confusione totale, battendo Abbiati (21'). L'Empoli avrebbe ancora altre due chance ma Verdi mette fuori da buona posizione e Abbiati nega il gol con una grande parata. Alla fine del primo tempo, si sblocca Torres che di testa va a battere Sepe. Il Milan trova coraggio ed iniziativa. Graziato da Tavano, che cestina il gol vittoria, il Diavolo strappa il pareggio con un rasoterra velenoso di Honda, dopo una sgroppata di Menez. Ora la squadra di Inzaghi ci crede ma vede fermare le proprie ambizioni dalla traversa, centrata da Menez. Nemmeno il rosso a Valdifiori permette al Milan di completare la rimonta. Il fortino dell'Empoli porta a casa un punto importante.

Serie A: pagelle Juventus - Cesena 3 - 0

JUVENTUS

BUFFON:
6. Continuano le serate tranquille di Gigi, che in 93 minuti subisce un solo tiro da distanza considerevole.

OGBONNA: 6 e mezzo. Netto miglioramento rispetto a quanto visto l'anno scorso, sia in termini di sicurezza che di intesa coi compagni. Sfiora persino il gol su calcio piazzato di Giovinco.

BONUCCI: 6. Là dietro è calma piatta, si fa notare solo con i suoi consueti lanci lunghi.

CHIELLINI: 6,5. Dietro la situazione è monotona, quindi si fa notare con qualche imbucata in avanti. Puntuale comunque nelle chiusure.

LICHTSTEINER: 7. Sulla destra è il solito treno, macinando senza problemi la retroguardia avversaria. Sfiora il gol poco prima dell'intervallo, lo trova prima del termine della partita. (Dall'87' PEPE: s.v.).

VIDAL: 7,5. Grande ritorno per l'uomo simbolo bianconero, che lascia subito il segno con una bella doppietta. Non è ancora al massimo della forma, e la sua intensità ne risente, ma per stasera va benissimo così. (Dall'80' PADOIN: 6. Fa panchina senza lamentarsi, entra per 10 minuti e sforna un assist: un onestissimo gregario).

MARCHISIO: 7. Migliora sempre più nel ruolo di regista. Pirlo è di un altro pianeta, certo, ma avercene di centrocampisti come il Principino.

PEREYRA: 7. Altra partita più che positiva per il "vice Vidal": ci mette grinta, tecnica e sacrificio, procurandosi un paio di punizioni interessanti e il rigore del vantaggio. Ottimo acquisto per la squadra di Allegri.

EVRA: 6. Può fare nettamente meglio e lo sappiamo: buone incursioni sulla sinistra, ma il rapporto coi compagni è da migliorare.

GIOVINCO: 7,5. Il migliore dei suoi, stasera non fa rimpiangere Tevez: corre, lotta, si inserisce di continuo e cerca spesso il gol, non trovandolo per pura sfortuna. Tutto un altro giocatore rispetto a quanto visto negli anni precedenti.

LLORENTE: 6. Ok, il gol non arriva, ma il suo lavoro di sponda e sacrificio è sempre fondamentale. (Dal 68' MORATA: 5,5. Entra e mette subito grinta e voglia di fare, ma è anche egoista. Sbaglia clamorosamente un tiro a pochi passi dalla porta: la condizione è giusta, la mentalità no).

ALLEGRI: 7. Le statistiche allontanano sempre di più i dubbi dei tifosi al suo arrivo, azzeccando anche il turnover infrasettimanale. È sempre troppo presto per giudicare in toto il suo lavoro, ma almeno il clima apocalittico con cui era stato accolto a Torino è ormai lontano.


CESENA

LEALI:
6. Ok, prende 3 gol, ma quanti altri ne evita? Chiude in faccia la porta a Giovinco e tenta di salvare il salvabile.

KRAJNC: 5,5. Si fa notare per un paio di chiusure interessanti, come quella su Lichtsteiner al termine del primo tempo, ma nulla può contro un assedio durato 93 minuti.

LUCCHINI: 5,5. Si trova davanti Llorente, difficile da marcare per via del fisico, ma fa quel che può.

CAPELLI: 6. Frena spesso Evra e Giovinco, ricorrendo anche alle maniere forti e rimediando un giallo.

PERICO: 5,5. Prova a frenare il più possibile Evra sulla fascia, con risultati altalenanti, ma le (poche) volte in cui il Cesena deve spingere sparisce. (Dal 56' CARBONERO: 5. Buttato in campo per tentare di dare più spinta al Cesena: inutile dire che fallisce).

GIORGI: 5,5. Trattenere i centrocampisti bianconeri è sempre un compito ingrato. (Dal 78' NICA: s.v.).

CASCIONE: 5. Graziato una volta per un tocco di mano sospetto in area, alla seconda (anche se meno evidente) Vidal dal dischetto la fa pagare a lui e a tutta la squadra.

MAZZOTTA: 5. Dovrebbe frenare gli assalti bianconeri sulla sinistra, finendo per essere costantemente travolto da Lichtsteiner. Rimane negli spogliatoi all'intervallo. (Dal 46' COPPOLA: 5. La differenza di rendimento con Mazzotta è minima).

RENZETTI: 5. Anche lui posto di guardia per frenare Lichtsteiner: per tutta risposta lo svizzero lo buca nel finale in occasione del 3 a 0.

DEFREL: 4. Il Cesena poteva tranquillamente giocare in 10, visto che non vede mezzo pallone. Ok che le occasioni di attacco sono minime, ma i suoi compagni si sono almeno impegnati.

MARILUNGO: 6. A differenza del suo compagno di reparto almeno ci prova, facendo anche l'unico tiro del Cesena di tutta la partita: peccato fosse da oltre 30 metri...

BISOLI: 5 e mezzo. Tre anni fa fu il primo a fermare l'armata di Conte in casa. Stasera, con praticamente l'intera squadra in difesa, ha tentato qualcosa di simile. Palese la sua impossibilità di tornare in partita già dopo il primo gol.

mercoledì 24 settembre 2014

Serie A: sintesi Juventus - Cesena 3 - 0

Il cambio di un allenatore, soprattutto se vincente, è spesso accompagnato da un calo (anche abbastanza vertiginoso) della squadra: ad esempio l'Inter del dopo Mourinho o, ancor più drastico, il Manchester United orfano di Ferguson. Questo non è accaduto alla Juventus, che nonostante il passaggio di consegne da Conte ad Allegri resta ancora la squadra da battere della Serie A.
Punteggio pieno, 7 gol fatti e 0 subiti in 4 giornate di Campionato: questi sono i dati di una Juventus che, a dispetto delle previsioni più buie, continua a tenere il posto che le appartiene da ormai 3 anni.

Fin dalle prime battute è chiaro come sarà la partita: la Juve è subito molto aggressiva, con un Giovinco che concede una serata libera a Tevez e sfoga tutta la sua voglia. Il numero 12 infatti cerca più volte la porta, sia direttamente come in occasione della punizione dal limite all'11', sia cercando i compagni, andando vicino ad un meraviglioso assist 5 minuti dopo, quando Leali blocca un potente colpo di testa di Ogbonna.

È palese però che sarà una partita ad una porta sola, e al 17' viene concesso alla Juve un rigore per un fallo di mano di Cascione, già graziato in un'occasione simile al quinto minuto. Sul dischetto va il rigorista di fiducia dei bianconeri, il rientrante Artuto Vidal, che segna il suo primo gol stagionale nonostante un tiro non irresistibile e la giusta intuizione di Leali.

Il vantaggio permette ai bianconeri di abbassare i ritmi fin da subito, anche se continua a cercare Giovinco e Llorente grazie alle ottime aperture di Bonucci e Marchisio, ancora nel ruolo di vice Pirlo: i due attaccanti vanno più volte vicino al raddoppio, senza però trovarlo e mandando le squadre a riposo sull'1 a 0.

Nel secondo tempo non cambia praticamente nulla, con la Juve che ritorna all'aggressività mostrata all'inizio per poter chiudere definitivamente la partita. In particolare, il momentaneo pareggio dell'ex De Ceglie contro la Roma sembra dar ancora più forza ai bianconeri, che al 63' trovano ancora il gol dell'uomo simbolo Vidal con una gran botta da fuori.

La Vecchia Signora continua a controllare senza problemi la partita: Morata sostituisce Llorente e ci mette fin da subito tanta grinta, mostrandosi però egoista in un paio di occasioni e mancando clamorosamente il gol dal centro dell'area.
A mostrar ancor più grinta è Giovinco, che vuole coronare la sua bella prestazione con il gol, trovando però la porta chiusa sia da Leali che dalla sfortuna.
Arriva però lo stesso il definitivo 3 a 0, con Lichtsteiner che, servito da Padoin, si esibisce in uno dei suoi soliti inserimenti da destra e insacca.

Juventus quindi che continua a condividere la poltrona del primo posto con la Roma, anche se la differenza reti da stasera premia i bianconeri: si preannuncia comunque un'altra spettacolare corsa a due.

Piccola nota a margine: mai nessuna squadra nella storia della Serie A era mai riuscita a vincere le prime quattro partite senza subire gol. Inoltre, con stasera la Juventus aggancia il record del Grande Torino, con 21 vittorie consecutive in casa: nemmeno si fa in tempo ad iniziare il Campionato ed è subito record per i bianconeri.


IL MIGLIORE: Sebastian Giovinco. Questa sera il piccolo attaccante bianconero sembra indiavolato: corre 90 minuti, fa da punto di riferimento della squadra, tenta più volte le imbucate tra le file del Cesena e trova molte volte il tiro. Lo Stadium lo premia con applausi e ovazioni: sembrano lontanissimi i fischi presi contro il Chievo un anno fa.



IL TABELLINO


- JUVENTUS (3-5-2): Buffon, Ogbonna, Bonucci, Chiellini, Lichtsteiner (87’ Pepe), Vidal (80’ Padoin), Marchisio, Pereyra, Evra, Giovinco, Llorente (68’ Morata).

- CESENA (3-5-1-1)
: Leali; Krajnc, Lucchini, Capelli; Perico (56’ Carbonero), Giorgi (78’ Nica), Cascione, Mazzotta (46’ Coppola), Renzetti; Defrel; Marilungo.

ARBITRO: Piero Giacomelli.

GOL: Vidal 18' rig., 63' (J), Lichtsteiner 85' (J).

AMMONITI: Cascione 17' (C), Capelli 31' (C), Perico 52' (C).

Mondiale di ciclismo a Ponferrada: il rock 'n' roll del Baronetto Wiggins

Bradley Wiggins Campione del Mondo a Cronometro a Ponferrada 2014
Bradley Wiggins nella sua prova contro il tempo

A Ponferrada la cronometro maschile ha emesso il primo verdetto sorprendente di questi mondiali di ciclismo. Su un circuito piuttosto complesso e variabile dal punto di vista altimetrico, lungo 47,10 km, praticamente pianeggiante nella parte iniziale e selettivo in quella finale, con la salita della Confederación, di 5,2 km e dalla pendenza media del 3,3%, e la salita del Mirador, di 1,1 km di lunghezza ed una pendenza media del 5,5%, è andata in scena la sfida tra i mostri sacri della disciplina della corsa contro il tempo. Il favoritissimo della vigilia era il tedesco Tony Martin, già tre volte campione del mondo, ma alla lunga non ha potuto fare nulla contro lo strapotere di un fantastico Bradley Wiggins. L’inglese è partito forte fin da subito, mettendosi in testa al primo intermedio. Martin è sembrato reggere il passo ma, al secondo rilevamento, il distacco dal britannico  è aumentato. Negli ultimi chilometri, più duri per via delle rampe, Wiggins ha aumentato il distacco dal suo inseguitore, arrivando a portarlo fino a 20 secondi circa (sarebbero stati 26 alla fine della prova). Un trionfo incredibile, frutto di una vera e propria prova di forza, con una media in alcuni tratti sopra i 50km/h. Dal punto di vista aerodinamico, si è rivisto a tratti il Wiggo formato 2012, l’anno di grazia. Il mondiale a cronometro arricchisce ulteriormente una bacheca già imponente, colma di grandi successi.


 Bradley Wiggins, 34 anni, è il nuovo campione del mondo a cronometro
La storia di Bradley Wiggins sembra una bella favola: nato a Gand, città belga, il 28 aprile 1980, era figlio di un pistard britannico, Gary Wiggins, che però ben presto abbandonò la famiglia, trasferitasi poi a Londra. Qui Bradley crebbe con l’assenza di una figura paterna, della quale non conserverà mai un ricordo positivo; diventò anche lui un ciclista su pista come il padre. A vent’anni il primo risultato di rilievo: una medaglia di bronzo nell’inseguimento a squadre, alle Olimpiadi di Sydney. Poi la trafila in squadre modeste. Quindi il 2004, l’anno della svolta: alle Olimpiadi di Atene esplose il suo talento, vincendo su pista tre medaglie in tre discipline diverse, l'oro nell'inseguimento individuale, l'argento nell'inseguimento a squadre e, insieme a Rob Hayles, il bronzo nell'americana. Da qui la sua vita cambiò: venne insignito dell’onorificenza del titolo di Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico, l’anno successivo. Sempre nel 2005 il debutto al Giro d’Italia e nel 2006 il primo Tour de France. Furono stagioni complicate e poco fortunate per Sir Bradley, che alternò pista e strada. Nel 2008 arrivarono altri successi su pista: ai mondiali di Manchester conquistò tre maglie iridate, nell'inseguimento individuale e a squadre e nell'americana, mentre ai Giochi di Pechino, vinse la medaglia d'oro nell'inseguimento individuale ed in quello a squadre (ottenendo un’altra onorificenza, quella di cavaliere dell’Ordine dell’Impero britannico). Nel 2009 ecco la svolta: quarto posto al Tour de France, non troppo staccato da Contador e una serie di buonissimi risultati. Nel 2010 l’approdo al team Sky, con una vittoria di tappa al Giro d’Italia. Nel 2011 prima si infortunò al Tour, fratturandosi una clavicola, quindi puntò alla vittoria nella Vuelta ma trovò sulla sua strada José Cobo Acebo, vincitore finale, e Chris Froome, compagno di squadra. Con il giovane britannico il rapporto non fu mai idilliaco ma per il resto della stagione convissero tranquillamente. Fino al Tour de France. Nel frattempo, grazie alla preparazione meticolosa ed innovativa del team Sky, Wiggo stravinse la Parigi-Nizza, il Giro di Romandia (con una prova mostruosa a cronometro ed una vittoria imperiosa in volata) ed il Criterium du Dauphiné, bissando il successo dell’anno precedente. Al Tour de France, riuscì fin da subito a gestire la corsa, grazie ai successi a cronometro di Besançon e Chartres. Tuttavia il talento di Froome emerse in maniera prepotente ed apparve chiaro che, il britannico di origini keniane avrebbe potuto ambire a togliersi grandi soddisfazioni, se non avesse dovuto aiutare Wiggo, un po’ in affanno in salita. Alcuni atteggiamenti plateali di Froome e la scarsa diplomazia di Bradley portarono alla rottura tra i due. Ma una volta concluso il Tour da vincitore (primo inglese a riuscirci), fu la volta delle Olimpiadi con un trionfo nella prova a cronometro, quarta medaglia olimpica. Divenne popolarissimo in Inghilterra anche per via del suo carattere un po’ guascone ed irriverente, decisamente antidivo ed anticonformista. Per meglio capire chi sia Bradley Wiggins basta vedere come si comportò quando la moglie gli mostrò il messaggio di congratulazioni della Regina Elisabetta: “Fuck the Queen” fu il suo commento, decisamente più entusiasta ed interessato dai complimenti di Robbie Fowler, calciatore del Liverpool suo grande idolo, e di Johnny Marr, cantante e musicista britannico degli Smiths, band anni ’80. Il suo stesso look, poi, lo ha reso simbolo dell’anticonformismo, con quei basettoni lunghi, la barba, a volte, incolta, che lo fanno sembrare fuori dal tempo. La vittoria al mondiale lo lancia nella storia ed arriva dopo un 2013 deludente, in cui la stella di Froome sembrava averlo oscurato e costretto ad un declino irresistibile. Ora invece ci sono una maglia prestigiosa da difendere e ancora due grandi obiettivi: la Parigi-Roubaix e le Olimpiadi del 2016. Sicuramente Sir Brad non demorderà facilmente…
Bradley Wiggins Campione del Mondo a Cronometro a Ponferrada 2014
Tony Martin, secondo classificato, dopo tre trionfi consecutivi

Lo sconfitto di giornata è Martin, reduce da tre mondiali di fila, due dei quali, chiusi davanti proprio a Wiggins. Poteva entrare nella leggenda, vincendo quattro mondiali consecutivi, cosa mai riuscita a nessun altro, nemmeno ad uno come Fabian Cancellara. Comunque può consolarsi con una stagione dai numeri impressionanti, con un Tour de France ed una Vuelta in cui ha colto tre successi, dei quali uno in linea. Insomma l’argento di oggi può essere accettato tranquillamente. Sul podio, alle spalle dei due fenomeni, a 40 secondi, c’è il giovane olandese Tom Dumoulin, autentica rivelazione. Professionista dal 2012, ha raggiunto un piazzamento sorprendente, che fa ben sperare per il proseguo della sua carriera. Forse è ancora presto per capire se sia nata o meno una nuova stella, certo è che in futuro, se si manterrà su questi livelli.
Splendida gara per il bielorusso Vasil Kiryenka, atleta polivalente e duttile, capace di adattarsi ad ogni tipo di gara o terreno. Il podio sarebbe stato un premio per il suo impegno esemplare ma si è dovuto accontentare della medaglia di legno. Quinto posto per Rohan Dennis, anche lui giovane di prospettiva. Per buona parte della gara è riuscito a restare con i primi ma alla fine ha ceduto. Sicuramente la BMC dovrà tenersi stretto questo ragazzo australiano. Ottimo anche il mondiale di Adriano Malori, miglior italiano, autore di un sesto posto positivo ed incoraggiante per il suo futuro. Adriano si aspettava di più ma per ora il livello di Martin e Wiggins è fuori dalla sua portata. Nulla di male, il ragazzo avrà tempo e modo per rifarsi. La vittoria all’ultima tappa della Vuelta e gli altri quattro centri stagionali fanno ben sperare nella sua futura esplosione.
Adriano Malori, in una foto del 2009, quando indossava la maglia del campione del mondo a cronometro nella categoria under 23, conquistata l'anno prima a Varese. Riuscirà ad indossarla anche tra i professionisti?

martedì 23 settembre 2014

Mondiale volley 2014: estasi Polonia!




La gioia sfrenata dei giocatori polacchi: la Polonia è sul tetto del mondo



Il mondiale delle novità e delle sorprese non poteva che chiudersi in maniera clamorosa: la Polonia è campione del mondo, dopo quarant’anni dall’ultima ed unica volta in Messico, nel 1974. Un successo che ha dell’incredibile. Pochissimi avrebbero scommesso su questa nazionale, dotata di giocatori di un ottimo livello ma finora inconcludenti (eccezion fatta per la World League 2012, giocata a Sofia). Invece tutta la squadra ha mostrato una compattezza straordinaria, una grandissima voglia di non arrendersi mai, di stare sempre concentrati ed attenti al match. E soprattutto una grandissima fame di vittoria. Non sono mancati i momenti difficili, come la sconfitta contro gli USA nella seconda fase, ma la squadra è apparsa rigenerata e decisa a risollevarsi dopo lo scivolone, che comunque non ha interrotto il volo dell’aquila polacca. Le vittorie al tie break contro i più quotati Russia e Brasile, nel girone di ferro, hanno poi dato la benzina giusta per realizzare il miracolo. Grande merito va dato al commissario tecnico Stephane Antiga, francese che ha compiuto l’impresa. Tutta la squadra va applaudita per come si è espressa, giocando una pallavolo  volte anche spettacolare ma su tutti spiccano il capitano Michal Winiarski, martello pesante per le difese avversarie, Mateusz Mika, vera rivelazione del torneo, schiacciatore divenuto incontenibile nella fase decisiva e trascinatore nella finalissima, Karol Kloz, centrale granitico, Mariusz Wlazly, opposto micidiale, talentuoso, a tratti devastante, ed il libero Pawel Zatorski, saltimbanco capace di grandi interventi, sicurissimo in ricezione. Ma la vera spinta forse è venuta dal pubblico stesso, pronto a spingere i propri beniamini in tutte le partite, dal debutto contro la Serbia alla finalissima contro il Brasile.

Capitan Winiarski alza la coppa: la Polonia è campione del mondo per la seconda volta


Già il Brasile, il dream team della pallavolo, ancora una volta arrivato fino all’atto finale, dopo i tre trionfi iridati consecutivi (2002, 2006, 2010). Una corazzata ever green del panorama internazionale, grazie alla bravura indubbia del CT Bernardinho nel mixare giovani emergenti e veterani sempre affamati di nuovi trionfi. Il Brasile è arrivato a questi mondiali in un momento particolare, a secco di successi da due anni. Un segnale che, forse, qualcosa nel meccanismo finora perfetto di Bernardinho, sembra essersi inceppato. La World League 2012 e soprattutto la clamorosa sconfitta nella finale Olimpica hanno aperto una breccia e le ultime rese nelle finali delle World League a Buenos Aires e Firenze contro Russia e USA hanno messo a nudo le fragilità del dream team. Il cammino è stato spedito fino alla terza fase, quando la prima sconfitta subìta per mano della Polonia ha minato le certezze verdeoro. Il successo perentorio sulla Russia pareva avesse restituito autostima al gruppo ed invece la vittoria sofferta in semifinale contro la Francia non ha fatto dormire una notte serena ai brasiliani. In finale, per un set, si è visto un Brasile impeccabile, con Mario perfetto in ricezione, Bruninho spettacolare regista di bocche di fuoco travolgenti, che rispondono ai nomi di Lucarelli, Murilo e Wallace, oltre ai super centrali Sidão e Lucas. Poi si è staccata la spina. Sul 25-18 del primo set, esce dal campo il vero Brasile ed entra in campo la Polonia e nei momenti cruciali dei set successivi la selezione sudamericana sbaglia incredibilmente troppo, permettendo ai padroni di casa, più freddi e precisi di chiudere il discorso. 25-21, 25-23 i risultati con cui la Polonia si è portata avanti. Le espressioni incredule dei verdeoro dicevano tutto di una serata che sarebbe dovuta andare in maniera decisamente diversa. Nel quarto set si è rivisto il Brasile ma ancora una volta nel momento cruciale del set, avanti 21-19, la squadra ha smesso di giocare: la ricezione è stata imprecisa, in alcuni momenti disastrosa, le alzate di Bruno poco efficaci e gli attacchi inconcludenti. La Polonia, con tenacia e merito, è riuscita a rimontare e a finire 25-22, nel tripudio generale. Una delusione per il Brasile, che sembra non saper più vincere. Che sia la fine di un glorioso ciclo vincente?

Un'immagine simbolo del mondiale: il muro brasiliano con Murilo, Sidão e Vissotto superato dall'attacco di Konarski





La Germania, splendida terza classificata


Per la medaglia di bronzo la sfida è stata tra Francia e Germania, con alcuni volti nuovi del campionato italiano, come i tedeschi Denis Kaliberda, Lukas Kampa e Sam Deroo e i francesi Kevin Le Roux ed Earvin N’Gapeth. La partita per il terzo posto ha visto prevalere la compagine tedesca 3-0 (25-21, 26-24, 25-23), al termine di un match intenso e combattuto, anche deciso dall’intervento della moviola. Un po’ a sorpresa, visto che le due squadre si erano trovate anche all’interno del girone del terzo turno, insieme all’Iran, ed in quel caso la Francia era riuscita a prevalere (sempre 3-0 con i parziali di 25-21, 26-24, 25-23), chiudendo al primo posto il pool. Indubbiamente però entrambe le selezioni possono tornare a casa con buone impressioni, visto il valore ed il buon gioco espresso. Alla vigilia non era sicuramente pronosticabile un risultato del genere per tedeschi e transalpini. Prendendo spunto dal modello polacco, poi si può cercare di lavorare per migliorare ulteriormente due organici di già grande spessore. Magari tentando il colpaccio alla prossima World League o all’Europeo.


La Francia, quarta classificata, ha disputato uno splendido mondiale


Positivo il mondiale dell’Iran di Slobodan Kovac: oltre allo splendido sesto posto c’è la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per diventare protagonista nei prossimi anni, nella scena mondiale. L’Iran sta iniziando ad avere più padronanza dei propri mezzi, più determinazione e ha imparato a non temere di giocarsela alla pari contro qualsiasi squadra. Sotto questo aspetto va apprezzato il lavoro, prima di Velasco, poi di Kovac, che con questo piazzamento ha fatto un vero e proprio miracolo sportivo. Ci si aspettava di più forse dagli Stati Uniti, vincitori della World League a Firenze, ma naufragati, per poco, nella seconda fase. La squadra c’è, la mentalità giusta anche. Forse semplicemente la dea bendata aveva deciso che questo sarebbe stato il mondiale della Polonia  Grande delusione del mondiale, forse alla pari con l’Italia, è la Russia. Mondiale praticamente impeccabile fino alla terza fase nel girone della morte con Brasile e Polonia. Poi sul più bello la nazionale si è sciolta. Disfatta contro il Brasile e sconfitta al tie break contro la Polonia, un po’ a sorpresa. Dai vincitori olimpici e campioni d’Europa ci si attendeva ben altro e invece ora ci sarà da riflettere su un quinto posto che sa di fallimento. Perché in Russia, forse mai come in questa occasione, ci si sentiva tanto forti da sembrare imbattibili e favoriti per la vittoria finale. Invece dal crollo nella World League fiorentina alla disfatta polacca, il passo è stato breve. Ci sarà da vedere se questo è stato solo un annus horribilis o la fine di un gruppo vincente. Russia e Brasile avranno di che riflettere, Polonia e USA potranno festeggiare: sono loro le squadre regine del 2014, l’anno delle outsider.
La Russia, delusione del torneo iridato



Promossi e bocciati, terza giornata

PROMOSSI: Juventus, Roma, Palermo, Verona.



JUVENTUS. Il primo big match dell'era Allegri non tradisce i bianconeri, che conducono la classifica a punteggio pieno e reti inviolate. Rispetto alla Juventus di Conte è meno schiacciasassi, ma il gioco lo conduce sempre lei. E mancano ancora uomini fondamentali come Pirlo, Barzagli e Vidal.


ROMA. La troviamo a braccetto con la Juventus: un gol in più fatto è la differenza che separa le due regine del Campionato. Anche la Maggica non ha ancora subito gol in Campionato e anche lei ha affrontato un suo ex allenatore nell'ultima partita: tutti questi parallelismi ci promettono un altro anno di lotta al vertice tra le due vecchie rivali.


PALERMO. I rosanero compiono il miracolo, strappando il pareggio all'Inter grazie ad uno svarione pauroso di Vidic in avvio di partita. Regge bene per il resto della gara, trovando il raddoppio con il giovane talento Belotti, annullato però per un presunto fallo su Nagatomo.
Quello di Vazquez è il primo gol subito dall'Inter dall'inizio della stagione: niente male per una neopromossa.


VERONA. L'Hellas vuole replicare l'ottima stagione passata, vincendo su un campo difficile come quello di Torino e prendendosi il terzo posto, dietro a Juventus e Roma. Non dominano la partita, ma si dimostrano cinici, concretizzando una delle poche occasioni concesse dai ragazzi di Ventura. Ormai il Verona è qualcosa di più di una "squadretta".



BOCCIATI: Napoli, Torino.


NAPOLI. Continua ad andare malissimo la squadra di Benitez, che, oltre a perdere contro il modesto Udinese di Stramaccioni, mostra chiari segni di nervosismo: lo spogliatoio spaccato è l'ultima cosa di cui ha bisogno un club in crisi come quello partenopeo. Folle, ma recidiva, la scelta di Benitez di effettuare un così pesante turnover: fuori le perle Mertens, Inler, Callejon e Hamsik, dentro Michu (ancora incomprensibile la sua presenza a Napoli, seppur in prestito), Zuniga e Insigne. Di certo c'è solo che, di questo passo, il tecnico spagnolo non mangerà il panettone.


TORINO. Continua il lunghissimo digiuno di gol dei granata, che con un solo punto in tre partite fanno da fanalino di coda della Serie A, a braccetto con il Cagliari di Zeman e il neopromosso Empoli. Se cadrà nel ripetitivo, ma è sempre più palese come fossero Immobile e Cerci a reggere il Torino, compito che Quagliarella, Amauri e Larrondo per ora non sembrano in grado di sostenere. Si prospetta un anno molto difficile.



RIMANDATI A SETTEMBRE: Inter, Milan.


INTER. Andamento altalenante per quella che potrebbe essere una delle pretendenti al terzo posto: due pareggi, intervallati dalla solita schiacciante vittoria contro il Sassuolo, è quanto fatto finora dall'Inter, che è stata tradita già due volte da Vidic, l'uomo che doveva fare da pilastro difensivo (davvero una follia il suo retropassaggio in area). Per fortuna un sempre più decisivo Kovacic è riuscito a mettere una pezza a quella che sarebbe stata una vergognosa sconfitta.


MILAN. Dopo le prime due gare positive (anche se contro il Parma le difese erano state più dannose che altro), il nuovo Milan di Inzaghi cade in casa contro la Juventus. Subire un solo gol da una dalla squadra più forte degli ultimi 4 anni non è per nulla male, ma il vero problema dei rossoneri è stato l'atteggiamento, troppo rinunciatario e che ha fatto tremare davvero gli ospiti solo con il colpo di testa di Honda. Se il Diavolo vuole davvero tornare ai livelli che gli competono, deve migliorare anche questo aspetto psicologico.

domenica 21 settembre 2014

Gran Premio di Singapore: mondiale sempre più thriller


Lewis Hamilton, vincitore a Singapore e nuovo leader del mondiale

Forse Ron Howard, regista del film "Rush", ispirato dalla rivalità tra Niki Lauda e James Hunt, avrà preso appunti per un eventuale bis, stavolta riprendendo il mondiale 2014, con la sfida tra Nico Rosberg e Lewis Hamilton, sempre più all'insegna dell'incertezza e della spettacolarità. Ed a Singapore, si è assistito all'ennesimo ribaltone dell'anno. Il primo colpo di scena della giornata, nonché anche quello principale, è avvenuto prima della gara: Rosberg ha accusato problemi di elettronica alla vettura, a cui gli ingegneri non hanno saputo trovare un efficiente rimedio. Si è tentato ugualmente di farlo partire dalla prima fila ma, nel momento di iniziare il giro di allineamento, Rosberg ha lamentato di nuovo problemi al volante, che regola i vari assetti. Dunque niente prima fila ma partenza dalla pit lane. A completare la domenica nerissima di Nico ci ha pensato la Mercedes, col cambio che creava problemi nell'inserimento delle marce, appiedandolo definitivamente al giro numero 14, momento in cui è rientrato per il pit stop. Un durissimo colpo per Rosberg, in un periodo in cui nulla sembra più girargli a favore: i fischi dei tifosi per il contatto di Spa con Hamilton, la squadra che sembra avergli voltato le spalle ed ora il ritiro che lo costringe all'inseguimento nel mondiale.


Il momento della resa di Nico Rosberg.

Inseguimento per Rosberg perché Lewis Hamilton ha sfruttato alla grande il jolly, che la fortuna gli ha concesso. Partenza perfetta per il britannico che fin da subito si è messo davanti ad imporre il ritmo, mentre Alonso infilava le due Red Bull, tagliando però la prima variante e cedendo la seconda piazza a Sebastian Vettel. Il tedesco oggi è apparso decisamente più in palla del solito e, per la prima parte di gara, ha dato l'impressione di contenere il distacco dal leader. Invece dietro di loro non è mancata la lotta per il terzo posto tra Alonso, Ricciardo e Raikkonen, per una volta in grande spolvero, davanti alla Williams di Massa, a Button, Bottas e a Magnussen. Poi Alonso ha iniziato ad aumentare il ritmo, portandosi a ridosso di Vettel. La svolta è arrivata verso metà gara: Alonso è rientrato per il pit stop al venticinquesimo giro, tentando di strappare la seconda piazza a Vettel (rientrato al giro successivo ed imitato nelle tornate successive da Hamilton e Ricciardo), ma proprio quando avrebbe potuto sfruttare la strategia è entrata la safety car, per permettere ai commissari di ripulire la pista dai detriti lasciati dalla Force India di Perez, danneggiata in un contatto con Sutil. Il rallentamento del ritmo ha penalizzato la Ferrari, che così ha tentato di cambiare strategia richiamando Alonso ai box al trentaduesimo giro. Al trentasettesimo passaggio è rientrata la safety car e Hamilton è tornato ad imporre il suo ritmo, davanti a Vettel, Ricciardo ed Alonso. A nove tornate dalla fine, il leader è rientrato ai box. Rientro davanti a Ricciardo ma dietro a Vettel. Per due giri il box di Rosberg tifa per il connazionale sperando che possa evitare il sorpasso in classifica. Ma Hamilton è scatenato ed alla fine riesce a passare e a staccare Vettel. Da dietro, preso atto della crisi di gomme del tedesco, è partita la rimonta di Ricciardo e di Alonso. Vettel però ha mostrato il suo valore e ha tenuto botta agli attacchi portati dal compagno rivale. Alla fine Lewis Hamilton si è preso tutto, pole position, gara e leadership in campionato. Secondo un sontuoso Seb Vettel, davanti al giovane rampante Dani Ricciardo e ad un comunque grandissimo Fernando Alonso. Quinto Felipe Massa, autore di una gara regolare, senza errori, ottenendo un ottimo risultato. Dietro si è scatenata una bagarre incredibile, piena di colpi di scena e di emozioni. Protagonisti Vergne, su Toro Rosso, Kimi Raikkonen, Nico Hulkenberg e Sergio Perez, su Force India, Valtteri Bottas, su Williams e le due McLaren di Button (poi out per un problema tecnico) e Magnussen (molto combattivo anche se ancora acerbo). Alla fine Vergne ha chiuso davanti a questo gruppo, grazie ad una serie di grandissimi sorpassi. Settimo Perez, comunque autore di una grande rimonta; ottavo Raikkonen, a conferma di un feeling mai nato con la Ferrari 2014; a punti anche Hulkenberg e Magnussen, beffando un Bottas entrato in crisi nel finale.


Jean-Eric Vergne, su Toro Rosso, protagonista della gara di Singapore

Ora con questo risultato la Ferrari riesce a recuperare terreno alla Williams. Magra soddisfazione mentre la Red Bull tiene aperto il mondiale grazie alle disavventure della Mercedes di Rosberg.  Adesso si entra in una fase decisiva del campionato, non è più ammesso commettere errori. Hamilton è riuscito nella rimonta ma Rosberg ora avrà meno pressione da gestire e tanta rabbia da smaltire. Ricciardo vorrà continuare a stupire, mentre la lotta per la terza piazza del mondiale costruttori animerà Williams e Ferrari. Prossima tappa a Suzuka, teatro di grandi battaglie della Formula 1 nel passato. Non poteva forse esserci uno scenario migliore per iniziare la volata finale più incerta degli ultimi anni.


La partenza del Gran Premio nello scenario suggestivo di Singapore

Serie A: pagelle Milan - Juventus 0 - 1

Di seguito le pagelle del big match della terza giornata, Milan - Juventus.

MILAN

ABBIATI: 6. Chiude di piede su un tiro di Llorente, per il resto fa il possibile.

ABATE: 5,5. Tutto bene fino al gol, quando si perde Tevez.

RAMI: 5. Stesso discorso: non commette grossi sbagli fino all'azione del gol, dove rimane immobile a guardare.

ZAPATA: 6,5. Il migliore della difesa rossonera, tappa tanti buchi e interviene a porre rimedio anche in zone che non gli competono.

DE SCIGLIO: 5,5. Ha vissuto momenti migliori. Sembra spento, spinge poco e non crossa più come ha dimostrato di saper fare in passato.

POLI: 5,5. Nel primo tempo se la cava, ma quando Pogba decide di iniziare a giocare va in difficoltà. (Dal 76' TORRES: s.v.)

DE JONG: 5. Non dà continuità alla buona prestazione di Parma. Si impegna a marcare a uomo Pereyra, lasciando però in questo modo enormi spazi vuoti in mezzo al campo.

MUNTARI: 5,5. Non commette particolari errori, ma inizia a diventare confusionario col passare dei minuti.

EL SHARAAWY: 5. Doveva essere uno degli uomini chiave, invece delude le attese. Caceres lo tiene a bada (anche dopo essersi stirato), con Ogbonna la situazione non cambia. (Dal 67' BONAVENTURA: 5,5. Entra in campo, ma non fa nulla degno di nota).

HONDA: 6. Si propone con coraggio in area e prova a impensierire Buffon di testa. Prova nel complesso accettabile. (Dall'83 PAZZINI: s.v.)

MENEZ: 6,5. Le ripartenze del Milan sono affidate quasi esclusivamente a lui. Da solo non può fare molto, ma in svariate occasioni riesce a girarsi e a puntare l'area avversaria. Conferma di essere in condizione.

ALL. INZAGHI: 5,5. Forse, in una serata come questa, doveva imprimere nel suo Milan un po' più di coraggio.



JUVENTUS

 BUFFON: 6,5. Viene chiamato seriamente in causa solo sul colpo di testa di Honda, ma risponde in maniera superlativa. Gli anni passano ma lui offre ancora valide garanzie.

CHIELLINI: 5,5. E' appena rientrato e deve ritrovare il ritmo partita. Honda lo beffa inserendosi e colpendo di testa. Dei 3 di difesa stasera forse è il meno brillante.

BONUCCI: 6,5. Quando non commette errori è un buonissimo difensore e sa essere protagonista di ottime serate. Stasera, per fortuna sua e della Juventus, è una di quelle serate.

CACERES: 6. Tiene a bada El Sharaawy, poi si stira e deve uscire. (Dal 35' OGBONNA: 6,5. Col suo ingresso ci si aspetta che il Milan possa iniziare a far male, invece si comporta molto bene e chiude sempre con puntualità.)

ASAMOAH: 6. Spinge abbastanza e copre senza troppi problemi. Ordinaria amministrazione.

POGBA: 6,5. Sonnecchia per un'oretta, poi decide di iniziare a giocare e sale di livello, confezionando poi un assist al bacio per Tevez. Un fuoriclasse è anche questo.

MARCHISIO: 6,5. Va vicino al gol colpendo il palo con un gran tiro. Per il resto si impegna più in fase difensiva, sacrificandosi e lottando intensamente in mezzo al campo. Altra prova di grande cuore.

PEREYRA: 6,5. Nel primo tempo è il più pericoloso tra le fila bianconere. Sfiora l'incrocio e si inserisce con continuità e pericolosità, senza venir meno in fase difensiva. (Dal 76' VIDAL: s.v.)

LICHTSTEINER: 6. Non crea troppi pericoli, così come non ne crea il Milan sulla sua fascia. (Dall'83' ROMULO: s.v.)

LLORENTE. 6,5. Effettua un grande lavoro di sponda e i compagni si appoggiano spesso su di lui. Prova un guizzo in area ma si vede sbarrare la porta da Abbiati.

TEVEZ: 7,5. Per l'ennesima volta decide la partita. La Juventus non poteva scegliere calciatore migliore a cui affidare il numero 10 lasciato libero da Alex Del Piero. Semplicemente il migliore in campo.

ALLEGRI: 7. La sua Juventus è meno martellante di quella di Conte e macina più possesso palla, ma i risultati arrivano ugualmente.