Con i quarti di finale ormai siamo entrati nel vivo
dello US Open, l’ultimo Slam del 2014. Ma anche questa volta, come da tanti
anni a questa parte, nessuno statunitense è in gara per conquistare la vittoria
finale in campo maschile sul prestigioso campo di Flushing Meadows. Un torneo
divenuto un’autentica maledizione per gli USA e che sottolinea il crollo
verticale in questo periodo della scuola americana.
Il più valido
rappresentante yankee è infatti ora come ora il numero 15 al mondo John Isner,
2,08 metri di altezza con un servizio ed un dritto terrificanti ma spesso
discontinuo nelle sue prestazioni. Maledizione nella maledizione: Long John da
tre anni ferma la sua marcia sempre al terzo turno, sempre contro lo stesso
avversario, il tedesco Philipp Kohlschreiber. Roba da fare un salto a Lourdes
per chiedere una grazia...
Eppure gli USA hanno sempre avuto una grandissima tradizione:
tanto per restare agli anni più recenti, c’è sempre stato almeno uno
statunitense in grado nei top 10 capace di regalare gioie ai suoi connazionali
nei vari tornei. Gli anni ’70-80 hanno visto la rivalità tra John McEnroe e Jimmy
Connors, due che si detestavano sul serio e non andavano per il sottile quando
si trattava di mandare a quel paese il rivale numero uno, alla faccia del fair
play. Al termine dei loro incontri si era certi che uno quella sera avrebbe
dormito e l’altro no. Non fu un dominio totalmente statunitense, tanti altri
protagonisti furono in grado di dire la loro, come Borg, Lendl, Edberg e Becker.
Verso la seconda metà degli anni ’90 invece il dominio USA era pressoché
totale: Pete Sampras e Andre Agassi con gli acuti di Jim Courier facevano
spesso il bello ed il cattivo tempo. Sampras stabilì record incredibili che
solo recentemente sono stati riscritti. Agassi nonostante gli alti e bassi
regalò spettacolo. Tuttavia gli anni passarono anche per loro.
Lentamente in
quel periodo si fece largo un giovane di nome Andy Roddick. Serviva fortissimo,
con una prima che spesso risultava essere una condanna (chiedere ad un certo
Rafa Nadal, non uno qualsiasi, che in un game subì 3 ace consecutivi impressionanti).
Simile proprio alla leggenda Sampras. Il dritto era molto potente. Veniva sempre accompagnato ai tornei da mamma Blanche. Portava sempre il cappellino bianco
anche se giocava in notturna, indossava maglie che sembravano sempre larghe,
con lui che si sistemava nervosamente le maniche. Il pubblico imparò ad amarlo.
E lui nel 2003 colse la grande occasione. Il ciclo di Sampras era finito. Era un
anno zero per il tennis. La prima parte della stagione non fu proprio esaltante
ma arrivò in gran forma allo Slam di casa, con le vittorie nei due Master 1000
di Montreal e Cincinnati. Allo US Open avanzò senza trovare grossi ostacoli
fino alla semifinale contro l’argentino David Nalbandian, vincitore su Roger
Federer. La partita spettacolare vide Nalbandian andare avanti 2 set a 0 (7-6
6-3) e Andy rimontare (7-6 6-1) fino a vincere 6-3 il quinto set. La finale
contro il numero 1 al mondo, Juan Carlos Ferrero fu senza storia: 3-0 (6-3 7-6
6-3), griffato con un ace dei suoi sul match point. Due mesi dopo sarebbe
diventato anche numero 1 al mondo scavalcando sempre Ferrero. Il tutto a 21
anni. Andy Roddick era in cima al mondo. Ci sarebbe rimasto per 13 settimane.

Il momento del trionfo allo US Open 2003
Poi il brusco risveglio agli Australian Open 2004,
con la cessione dello scettro a quel Roger Federer che per lui sarebbe
diventato una vera bestia nera, un rivale troppo forte e spesso impossibile da
battere. La sfida a Wimbledon 2004 fu
interlocutoria: Roddick avanti un set e apparentemente in controllo; poi la
rimonta di Federer che prima pareggiò a fatica e poi alla lunga chiuse il
discorso, l’anno dopo non ci fu partita con 3-0 elvetico. Il titolo allo US
Open nel 2004 non venne difeso e la riconquista americana non avvenne più, né con
lui né con altri, così come non arrivarono più altri Slam. Nel 2005 gli USA
speravano nel vecchio Andre Agassi ma sempre Federer vinse la finale degli US
Open. Andy Roddick ci riprovò nel 2006 a Flushing Meadows ma ancora una volta
Federer chiuse la pratica in 4 set. La carriera del campione americano scivolò
poi via tra grandi successi, delusioni ed infortuni. Nel 2009 il suo più grande rimpianto: arrivò in finale
a Wimbledon giocando un tennis molto efficace e bello da vedere, eliminando
anche l’idolo di casa, Murray. In finale sempre lui, il
rivale di sempre: Roger Federer. Roddick andò avanti di un set; nel secondo, al
tie break avrebbe avuto il set point per incanalare la partita nei binari
giusti. Ma la volee di rovescio finiva in rete, Federer rimontava il tie,
rimetteva le cose in parità e al termine di una partita tiratissima vinceva il
suo sesto titolo. Nel 2012 Andy si ritirò dal tennis. Con lui è sembrata
svanire anche la generazione fenomenale degli USA pigliatutto. Ora la scuola
statunitense è alla ricerca del nuovo campione che possa sfatare la maledizione
degli Slam e in particolare quello di casa. Qualcuno che riporti il tennis
statunitense tra i grandi campioni, laddove è sempre stato abituato a stare.

US Open 2012: Andy Roddick si ritira
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