mercoledì 1 ottobre 2014

I templi della velocità: Suzuka


Il podio del 2013 con Mark Webber, Sebastian Vettel e Romain Grosjean

Domenica andrà in scena il Gran Premio del Giappone a Suzuka. Una tappa decisiva del mondiale di Formula 1, perché dopo questo appuntamento mancheranno solo quattro gare alla fine (cinque se si conta l’ultima ad Abu Dhabi come doppia, per il regolamento quantomeno discutibile…). Il Gran Premio del Sol Levante è sempre stato teatro di grandi duelli epici che hanno deciso o indirizzato l’esito del campionato del mondo. Rosberg e Hamilton faranno di tutto per vincere vista la cabala… Adesso che il mondiale è più che mai in bilico diventa importantissimo fare più punti possibile e partire bene con il rush finale, conquistando il Giappone, sarebbe importantissimo se non dal punto di vista della classifica, almeno sotto l’aspetto psicologico: una vittoria di Rosberg cambierebbe lo scenario, mettendo sotto pressione l’anglo-caraibico; un successo di Lewis sarebbe un allungo interessante ed un colpo al morale del figlio d’arte tedesco. Magari, nella tensione del momento, chi potrebbe risultare favorito è Daniel Ricciardo, con la Red Bull che ha conquistato le ultime due edizioni del Gran Premio con Sebastian Vettel. Sembra un periodo lontanissimo nel tempo se si vede la situazione attuale del campione tedesco, ed invece risale a dodici mesi fa… Chissà che magari, sentendo l’atmosfera esotica, si sveglino i due ferraristi, Alonso e Raikkonen. Raikkonen ha vinto a Suzuka nel 2005 quando era al volante della McLaren-Mercedes, con uno splendido sorpasso all’esterno sull’italiano Giancarlo Fisichella, nel finale di gara. Alonso ha vinto qui nel 2006 e anche sull’altro circuito nipponico, quello del Monte Fuji, che per primo ospitò la Formula 1 nel 1976.

Fu il debutto della F1 in Giappone e si iniziò col botto: Niki Lauda, su Ferrari, si stava giocando il titolo mondiale con James Hunt, su McLaren, staccato di soli tre punti. Lauda, in testa alla classifica fin dall’inizio, aveva avuto un terribile incidente in Germania, al Nurburgring, rischiando la vita e rimettendo in gioco l’inglese. Prima dell’inizio della gara nipponica (ultima tappa del mondiale 1976), si scatenò un temporale terribile. Fino all’ultimo si rimase indecisi se correre o meno. Alla fine il Gran Premio si disputò ma Lauda, impaurito dall’eccessiva pioggia e dai fantasmi del Nurburgring, si ritirò volontariamente dopo solo due giri. Hunt, in maniera rocambolesca e clamorosa (con un pit stop tardivo), riuscì a strappare il terzo posto che gli permise di superare di un punto Niki Lauda, diventando campione del mondo. Sarebbe rimasto il culmine della sua carriera.

A Suzuka invece si iniziò a correre nel 1987 ed anche qui non mancarono i colpi di scena. La sfida era tra i due piloti della Williams, Nelson Piquet e Nigel Mansell. Il leone inglese aveva vinto più gare in stagione ma il rivale brasiliano aveva fatto della continuità il suo punto di forza ed era così in testa al mondiale alla vigilia della penultima gara, in programma l’1 novembre. Ma il duello in gara non si sarebbe mai consumato: nel corso delle prove libere del venerdì, Mansell uscì di pista sbattendo contro le protezioni a 220 km/h. La vettura decollò, si avvitò su sé stessa e ritornò in pista. L’inglese si infortunò gravemente alla schiena e dovette saltare il Gran Premio del Giappone e quello successivo. Nella gara vinta dalla Ferrari di Berger, a Piquet bastò chiudere al quindicesimo posto per conquistare il suo terzo titolo mondiale in carriera. Mansell dovette aspettare per altri quattro anni prima di rifarsi nel 1992.
Senna sorpassa Prost e vince il titolo nel 1988. Sarà l'inizio di una lunga rivalità

L’anno successivo, il 1988, Suzuka fu nuovamente teatro di una grande rivalità tra due compagni di squadra, sempre in lotta per il mondiale. Stavolta a giocarsi il titolo c’erano i due piloti del team McLaren-Honda, Ayrton Senna e Alain Prost. Il brasiliano, alla primissima stagione in un top team, era in testa al mondiale e puntava a conquistare il primo titolo ma il professore francese era in agguato. Senna era in pole ma partì malissimo, facendosi superare dal rivale e da altre vetture. Alla fine del primo giro era in quattordicesima posizione. Giro dopo giro iniziò la sua strepitosa rimonta, arrivando a ridosso del podio. Però Prost era decisamente lontano. In soccorso del brasiliano venne una pioggia leggera (nulla a che vedere col diluvio del 1976) che lo rilanciò ulteriormente e frenò Prost, alle prese anche con qualche problema al cambio. Nel finale Senna coronò la rimonta con un sorpasso sul rivale francese. Vinse gara e titolo mondiale. La rivincita era fissata all’anno successivo.

E così sarebbe stato. Nel 1989 ancora Suzuka sarebbe stata decisiva. Stavolta Prost era avanti in classifica e un ritiro di Senna avrebbe chiuso ogni discorso. Come l’anno precedente, ancora derby in McLaren. Senna ancora in pole ma ancora una volta Alain lo bruciava. Per tutto il resto della gara si assisteva ad un lungo tira e molla, con Prost a fare il ritmo e Senna ad inseguire. Fino a sei giri dal termine, quando Senna tentò l’attacco all’ultima chicane. Prost, in maniera maliziosa, chiuse la traiettoria, arrivando a colpire la vettura gemella. Le due McLaren si trovarono così fuori ma, mentre il francese si fermò, il brasiliano riuscì a ripartire con l’aiuto dei commissari. Alla fine vinse la gara davanti all’italiano Nannini. In seguito Senna fu squalificato per essersi fatto aiutare dai commissari e per aver tagliato una chicane. Ne seguì una lunga scia di polemiche velenose, con i sospetti di un complotto made in France, con il presidente della FIA, Jean Marie Balestre che avrebbe aiutato il connazionale Prost, inventando un pretesto per squalificare il brasiliano e regalare il mondiale al professore.
Il contatto Senna-Prost del 1989

Ennesima rivincita l’anno successivo, sempre a Suzuka. Stavolta però i due rivali non guidavano la stessa vettura: Prost era passato al volante della Ferrari, Senna era rimasto fedele alla McLaren. Il brasiliano guidava la classifica e stavolta a lui sarebbe bastato un ritiro dell’acerrimo rivale per vincere il titolo con una gara d’anticipo. La gara si decise al via in un modo clamoroso ma, in fin dei conti, anche prevedibile. Senna partì piano (anche perché scattava dal lato sporco della pista), Prost lo superò in rettilineo ma all’ingresso della prima curva il brasiliano, tentando un sorpasso complicato, finì per speronarlo. Entrambi i piloti erano fuori dalla gara ma così Senna era nuovamente campione del mondo. Senna non ammise mai esplicitamente la volontarietà del gesto ma certamente la manovra apparve come la vendetta per lo sgarbo dell’anno precedente.
Senna tampona Prost nel 1990: entrambi ritirati, il brasiliano vince il titolo

1991, ancora Suzuka, ancora Senna. Tuttavia il rivale stavolta non era Prost, ai ferri corti con la Ferrari-camion (come la definì lui stesso), ma bensì il leone Mansell sulla Williams-Renault. L’inglese negli ultimi Gran Premi era in rimonta sul brasiliano ma per tenere aperto il mondiale sarebbe servita una vittoria, per poi giocarsi tutto all’ultima gara. Ma in gara le cose andarono diversamente: Senna partì in testa ed impose un ritmo forsennato. Mansell tentò di resistere ma finì per esagerare e alla seconda staccata arrivò lungo e chiudendo la gara sulla ghiaia. Con il ritiro del rivale Senna era campione del mondo ma all’arrivo si rese protagonista di un gesto incredibile per la sua spontaneità: alzò il piede dall’acceleratore e lasciò la vittoria al compagno di squadra, Berger. Un modo per chiudere bene un campionato strepitoso.
Gerhard Berger (a sinistra) e Ayrton Senna (a destra) protagonisti a Suzuka nel 1991

Il mondiale tornò a decidersi a Suzuka nel 1996: altro derby in casa Williams tra due figli d’arte, Damon Hill e Jacques Villeneuve. All’inglese sarebbe bastato un punto per laurearsi campione ma il canadese era in un gran momento di forma ed era in rimonta. Al momento decisivo Jacques mostrò i suoi limiti, sentendo la pressione e partendo malissimo. Hill si involava verso il successo, vincendo gara e mondiale, mentre con il ritiro di Villeneuve svaniva definitivamente l’ipotesi di un debuttante campione del mondo. Damon Hill fu il primo figlio d’arte della F1 a laurearsi campione del mondo. Lo avrebbe emulato l’anno successivo proprio il giovane canadese.
Damon Hill è il primo figlio d'arte a laurearsi campione del mondo in F1



Mika Hakkinen, il finlandese volante, vincitore di due titoli, entrambi conquistati a Suzuka

Due anni dopo un nuovo duello tra Ferrari e McLaren, tra Michael Schumacher e Mika Hakkinen. Il finlandese era in testa al mondiale di soli 4 punti, alla vigilia dell’ultima gara. Schumacher partiva dalla pole e poteva mettere in difficoltà il rivale. Ma prima il cambio bloccò la Ferrari, costringendo il tedesco ad una partenza dal fondo. Hakkinen scattò benissimo e gestì l’aiuto della dea bendata. Schumacher rimontò fino alla terza piazza, poi l’esplosione di uno pneumatico lo costrinse al ritiro. Hakkinen era campione del mondo. L’anno successivo sempre McLaren contro Ferrari. Stavolta però il ferrarista Eddie Irvine era in testa al mondiale, 4 lunghezze sopra a Hakkinen. Ma un incidente nelle qualifiche lo costrinse a partire dalla terza fila con la macchina di riserva. In pole c’era ancora Schumacher, nelle vesti di gregario, che vincendo avrebbe impedito al finlandese di vincere il titolo. Invece in partenza, il tedesco partì malamente, venne bruciato da Hakkinen che non commise errori e vinse il secondo mondiale consecutivo. Irvine finì terzo, con una grande rimonta, ma non servì a nulla. E alcuni pensarono anche ad un incredibile “ammutinamento” della scuderia che lo avrebbe abbandonato nel momento decisivo.

La Ferrari e Michael Schumacher sul tetto del mondo, davanti a Hakkinen (a sinistra) e Coulthard (al centro)

2000, nuovo millennio ma sempre Suzuka decisiva. Ancora Ferrari avanti con Schumacher, 8 punti in più di Hakkinen. Bastava un successo rosso per tornare sul tetto del mondo. Ancora la solita partenza a singhiozzo costringeva la Ferrari ad inseguire. Hakkinen tenne un ritmo strepitoso ma la strategia del box di Maranello fece la differenza e Schumacher riuscì a beffare il finnico, laureandosi campione del mondo. La Ferrari interrompeva un digiuno lungo due anni. Non sarebbe stato l’ultimo titolo. Nel 2003 Schumacher era infatti a caccia del sesto titolo, con cui avrebbe superato Fangio. Sempre 8 i punti di vantaggio su un altro finnico della McLaren, Kimi Raikkonen. Tuttavia il compito non era così semplice: Michael ebbe qualifiche travagliate, finendo quattordicesimo in griglia. Raikkonen partì forte, alla ricerca del successo che avrebbe inguaiato il tedesco ma l’altro ferrarista, Barrichello si mise in testa, proteggendo la leadership del compagno. A Schumacher bastava finire ottavo, ottenendo un punto, quanto necessario per vincere il mondiale su Raikkonen, secondo all’arrivo, dietro a Rubinho. Suzuka non sarebbe stata magica per la Ferrari nel 2006. Schumacher aveva appena raggiunto Alonso in testa al mondiale, dopo una bellissima rimonta. La prima fila in rosso lasciava presagire una splendida doppietta e invece Alonso rimontò fino a portarsi alle spalle di Michael, leader della gara, per poi superarlo quando il motore Ferrari andava in fiamme. Andavano in fumo le speranze mondiali e nella gara successiva Alonso e la Renault avrebbero conquistato l’iride.

L’ultima volta che a Suzuka si è assegnato il mondiale è stato nel 2011, quando vinse Jenson Button su McLaren e Vettel, terzo al traguardo, conquistò il secondo titolo consecutivo, al termine di una stagione pazzesca. Chissà se Seb si starà riguardando il DVD di quella gara, forse un po’ malinconico, sicuramente desideroso di rivivere sensazioni simili. E vuoi che domenica…

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