Il podio del 2013 con Mark Webber, Sebastian Vettel e Romain Grosjean
Domenica andrà in scena
il Gran Premio del Giappone a Suzuka. Una tappa decisiva del mondiale di
Formula 1, perché dopo questo appuntamento mancheranno solo quattro gare alla
fine (cinque se si conta l’ultima ad Abu Dhabi come doppia, per il regolamento
quantomeno discutibile…). Il Gran Premio del Sol Levante è sempre stato teatro
di grandi duelli epici che hanno deciso o indirizzato l’esito del campionato
del mondo. Rosberg e Hamilton faranno di tutto per vincere vista la cabala…
Adesso che il mondiale è più che mai in bilico diventa importantissimo fare più
punti possibile e partire bene con il rush finale, conquistando il Giappone,
sarebbe importantissimo se non dal punto di vista della classifica, almeno
sotto l’aspetto psicologico: una vittoria di Rosberg cambierebbe lo scenario,
mettendo sotto pressione l’anglo-caraibico; un successo di Lewis sarebbe un
allungo interessante ed un colpo al morale del figlio d’arte tedesco. Magari, nella
tensione del momento, chi potrebbe risultare favorito è Daniel Ricciardo, con
la Red Bull che ha conquistato le ultime due edizioni del Gran Premio con
Sebastian Vettel. Sembra un periodo lontanissimo nel tempo se si vede la situazione
attuale del campione tedesco, ed invece risale a dodici mesi fa… Chissà che
magari, sentendo l’atmosfera esotica, si sveglino i due ferraristi, Alonso e
Raikkonen. Raikkonen ha vinto a Suzuka nel 2005 quando era al volante della
McLaren-Mercedes, con uno splendido sorpasso all’esterno sull’italiano
Giancarlo Fisichella, nel finale di gara. Alonso ha vinto qui nel 2006 e anche sull’altro
circuito nipponico, quello del Monte Fuji, che per primo ospitò la Formula 1 nel 1976.
Fu il debutto della F1
in Giappone e si iniziò col botto: Niki Lauda, su Ferrari, si stava giocando il
titolo mondiale con James Hunt, su McLaren, staccato di soli tre punti. Lauda,
in testa alla classifica fin dall’inizio, aveva avuto un terribile incidente in
Germania, al Nurburgring, rischiando la vita e rimettendo in gioco l’inglese. Prima
dell’inizio della gara nipponica (ultima tappa del mondiale 1976), si scatenò
un temporale terribile. Fino all’ultimo si rimase indecisi se correre o meno. Alla
fine il Gran Premio si disputò ma Lauda, impaurito dall’eccessiva pioggia e dai
fantasmi del Nurburgring, si ritirò volontariamente dopo solo due giri. Hunt,
in maniera rocambolesca e clamorosa (con un pit stop tardivo), riuscì a
strappare il terzo posto che gli permise di superare di un punto Niki Lauda,
diventando campione del mondo. Sarebbe rimasto il culmine della sua carriera.
A Suzuka invece si
iniziò a correre nel 1987 ed anche qui non mancarono i colpi di scena. La sfida
era tra i due piloti della Williams, Nelson Piquet e Nigel Mansell. Il leone
inglese aveva vinto più gare in stagione ma il rivale brasiliano aveva fatto
della continuità il suo punto di forza ed era così in testa al mondiale alla
vigilia della penultima gara, in programma l’1 novembre. Ma il duello in gara
non si sarebbe mai consumato: nel corso delle prove libere del venerdì, Mansell
uscì di pista sbattendo contro le protezioni a 220 km/h. La vettura decollò, si
avvitò su sé stessa e ritornò in pista. L’inglese si infortunò gravemente alla
schiena e dovette saltare il Gran Premio del Giappone e quello successivo. Nella
gara vinta dalla Ferrari di Berger, a Piquet bastò chiudere al quindicesimo
posto per conquistare il suo terzo titolo mondiale in carriera. Mansell dovette
aspettare per altri quattro anni prima di rifarsi nel 1992.
L’anno successivo, il
1988, Suzuka fu nuovamente teatro di una grande rivalità tra due compagni di
squadra, sempre in lotta per il mondiale. Stavolta a giocarsi il titolo c’erano
i due piloti del team McLaren-Honda, Ayrton Senna e Alain Prost. Il brasiliano,
alla primissima stagione in un top team, era in testa al mondiale e puntava a
conquistare il primo titolo ma il professore francese era in agguato. Senna era
in pole ma partì malissimo, facendosi superare dal rivale e da altre vetture.
Alla fine del primo giro era in quattordicesima posizione. Giro dopo giro
iniziò la sua strepitosa rimonta, arrivando a ridosso del podio. Però Prost era
decisamente lontano. In soccorso del brasiliano venne una pioggia leggera
(nulla a che vedere col diluvio del 1976) che lo rilanciò ulteriormente e frenò
Prost, alle prese anche con qualche problema al cambio. Nel finale Senna coronò
la rimonta con un sorpasso sul rivale francese. Vinse gara e titolo mondiale.
La rivincita era fissata all’anno successivo.
E così sarebbe stato. Nel
1989 ancora Suzuka sarebbe stata decisiva. Stavolta Prost era avanti in
classifica e un ritiro di Senna avrebbe chiuso ogni discorso. Come l’anno
precedente, ancora derby in McLaren. Senna ancora in pole ma ancora una volta
Alain lo bruciava. Per tutto il resto della gara si assisteva ad un lungo tira
e molla, con Prost a fare il ritmo e Senna ad inseguire. Fino a sei giri dal
termine, quando Senna tentò l’attacco all’ultima chicane. Prost, in maniera
maliziosa, chiuse la traiettoria, arrivando a colpire la vettura gemella. Le
due McLaren si trovarono così fuori ma, mentre il francese si fermò, il
brasiliano riuscì a ripartire con l’aiuto dei commissari. Alla fine vinse la
gara davanti all’italiano Nannini. In seguito Senna fu squalificato per essersi
fatto aiutare dai commissari e per aver tagliato una chicane. Ne seguì una
lunga scia di polemiche velenose, con i sospetti di un complotto made in
France, con il presidente della FIA, Jean Marie Balestre che avrebbe aiutato il
connazionale Prost, inventando un pretesto per squalificare il brasiliano e
regalare il mondiale al professore.
Ennesima rivincita l’anno
successivo, sempre a Suzuka. Stavolta però i due rivali non guidavano la stessa
vettura: Prost era passato al volante della Ferrari, Senna era rimasto fedele
alla McLaren. Il brasiliano guidava la classifica e stavolta a lui sarebbe
bastato un ritiro dell’acerrimo rivale per vincere il titolo con una gara d’anticipo.
La gara si decise al via in un modo clamoroso ma, in fin dei conti, anche
prevedibile. Senna partì piano (anche perché scattava dal lato sporco della
pista), Prost lo superò in rettilineo ma all’ingresso della prima curva il
brasiliano, tentando un sorpasso complicato, finì per speronarlo. Entrambi i
piloti erano fuori dalla gara ma così Senna era nuovamente campione del mondo.
Senna non ammise mai esplicitamente la volontarietà del gesto ma certamente la
manovra apparve come la vendetta per lo sgarbo dell’anno precedente.
1991, ancora Suzuka,
ancora Senna. Tuttavia il rivale stavolta non era Prost, ai ferri corti con la
Ferrari-camion (come la definì lui stesso), ma bensì il leone Mansell sulla
Williams-Renault. L’inglese negli ultimi Gran Premi era in rimonta sul
brasiliano ma per tenere aperto il mondiale sarebbe servita una vittoria, per
poi giocarsi tutto all’ultima gara. Ma in gara le cose andarono diversamente:
Senna partì in testa ed impose un ritmo forsennato. Mansell tentò di resistere
ma finì per esagerare e alla seconda staccata arrivò lungo e chiudendo la gara
sulla ghiaia. Con il ritiro del rivale Senna era campione del mondo ma all’arrivo
si rese protagonista di un gesto incredibile per la sua spontaneità: alzò il
piede dall’acceleratore e lasciò la vittoria al compagno di squadra, Berger. Un
modo per chiudere bene un campionato strepitoso.
Il mondiale tornò a
decidersi a Suzuka nel 1996: altro derby in casa Williams tra due figli d’arte,
Damon Hill e Jacques Villeneuve. All’inglese sarebbe bastato un punto per
laurearsi campione ma il canadese era in un gran momento di forma ed era in
rimonta. Al momento decisivo Jacques mostrò i suoi limiti, sentendo la
pressione e partendo malissimo. Hill si involava verso il successo, vincendo
gara e mondiale, mentre con il ritiro di Villeneuve svaniva definitivamente l’ipotesi
di un debuttante campione del mondo. Damon Hill fu il primo figlio d’arte della
F1 a laurearsi campione del mondo. Lo avrebbe emulato l’anno successivo proprio
il giovane canadese.
Mika Hakkinen, il finlandese volante, vincitore di due titoli, entrambi conquistati a Suzuka
Due anni dopo un nuovo
duello tra Ferrari e McLaren, tra Michael Schumacher e Mika Hakkinen. Il finlandese
era in testa al mondiale di soli 4 punti, alla vigilia dell’ultima gara.
Schumacher partiva dalla pole e poteva mettere in difficoltà il rivale. Ma prima
il cambio bloccò la Ferrari, costringendo il tedesco ad una partenza dal fondo.
Hakkinen scattò benissimo e gestì l’aiuto della dea bendata. Schumacher rimontò
fino alla terza piazza, poi l’esplosione di uno pneumatico lo costrinse al
ritiro. Hakkinen era campione del mondo. L’anno successivo sempre McLaren
contro Ferrari. Stavolta però il ferrarista Eddie Irvine era in testa al mondiale,
4 lunghezze sopra a Hakkinen. Ma un incidente nelle qualifiche lo costrinse a
partire dalla terza fila con la macchina di riserva. In pole c’era ancora
Schumacher, nelle vesti di gregario, che vincendo avrebbe impedito al
finlandese di vincere il titolo. Invece in partenza, il tedesco partì
malamente, venne bruciato da Hakkinen che non commise errori e vinse il secondo
mondiale consecutivo. Irvine finì terzo, con una grande rimonta, ma non servì a
nulla. E alcuni pensarono anche ad un incredibile “ammutinamento” della
scuderia che lo avrebbe abbandonato nel momento decisivo.
La Ferrari e Michael Schumacher sul tetto del mondo, davanti a Hakkinen (a sinistra) e Coulthard (al centro)
2000, nuovo millennio
ma sempre Suzuka decisiva. Ancora Ferrari avanti con Schumacher, 8 punti in più
di Hakkinen. Bastava un successo rosso per tornare sul tetto del mondo. Ancora
la solita partenza a singhiozzo costringeva la Ferrari ad inseguire. Hakkinen
tenne un ritmo strepitoso ma la strategia del box di Maranello fece la
differenza e Schumacher riuscì a beffare il finnico, laureandosi campione del
mondo. La Ferrari interrompeva un digiuno lungo due anni. Non sarebbe stato l’ultimo
titolo. Nel 2003 Schumacher era infatti a caccia del sesto titolo, con cui avrebbe
superato Fangio. Sempre 8 i punti di vantaggio su un altro finnico della
McLaren, Kimi Raikkonen. Tuttavia il compito non era così semplice: Michael
ebbe qualifiche travagliate, finendo quattordicesimo in griglia. Raikkonen
partì forte, alla ricerca del successo che avrebbe inguaiato il tedesco ma l’altro
ferrarista, Barrichello si mise in testa, proteggendo la leadership del
compagno. A Schumacher bastava finire ottavo, ottenendo un punto, quanto
necessario per vincere il mondiale su Raikkonen, secondo all’arrivo, dietro a
Rubinho. Suzuka non sarebbe stata magica per la Ferrari nel 2006. Schumacher
aveva appena raggiunto Alonso in testa al mondiale, dopo una bellissima
rimonta. La prima fila in rosso lasciava presagire una splendida doppietta e
invece Alonso rimontò fino a portarsi alle spalle di Michael, leader della
gara, per poi superarlo quando il motore Ferrari andava in fiamme. Andavano in
fumo le speranze mondiali e nella gara successiva Alonso e la Renault avrebbero
conquistato l’iride.
L’ultima volta che a
Suzuka si è assegnato il mondiale è stato nel 2011, quando vinse Jenson Button
su McLaren e Vettel, terzo al traguardo, conquistò il secondo titolo
consecutivo, al termine di una stagione pazzesca. Chissà se Seb si starà
riguardando il DVD di quella gara, forse un po’ malinconico, sicuramente
desideroso di rivivere sensazioni simili. E vuoi che domenica…
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